Troppi vigneti, via alla distruzione

http://www.franciacorta.net/files/htmleditor/vigneto_erbusco_tutto_verde.jpgDa Corriere.it del 1 agosto 2008

Il consumo di vino in Europa sta diminuendo. In Italia si è passati dai 60 litri annui pro capite del 1996 ai 47 attuali. I vitigni, invece, abbondano. La produzione supera la richiesta del mercato interno e nemmeno l’export basta ad assorbire le eccedenze. Insomma, di vino ce n’è troppo. L’Unione europea ha deciso di ristabilire l’equilibrio tra domanda e offerta e aumentare la competitività dei produttori, riformando l’organizzazione comune del mercato, la cosiddetta Ocm vino. La riforma entra in vigore il 1° agosto. E prevede generosi finanziamenti per chi vorrà estirpare: oltre un miliardo di euro di premi che Bruxelles ha complessivamente stanziato per eliminare 175 mila ettari di vigneti nel triennio 2009-2011. Per l’Italia il plafond è di 58.435 ettari, con un tetto del 10% per ogni singola regione.

Non è la prima volta che Bruxelles dà incentivi all’estirpazione, ma è la prima volta che obbliga gli Stati membri a predisporre le misure. Costretti a eliminare parte del nostro patrimonio viti-vinicolo? «No – spiega Ottavio Caggiano, direttore di Federvini – per gli agricoltori l’estirpazione è del tutto volontaria. Nessuno è obbligato a farlo». Ma c’è da aspettarsi che i proprietari di vitigni non redditizi aderiranno. Esistono aree d’Italia in cui la vite non è affatto remunerativa e non c’è mercato per cedere i diritti. In pratica, i viticoltori ci rimettono. «Riteniamo che le richieste arriveranno dalle regioni che hanno la superficie coltivata a vite maggiore, come Veneto, Piemonte, Abruzzo, Sicilia e Puglia», fa sapere la Coldiretti. Ma estirpare è un bene? «Dipende – dice Renzo Cotarella, enologo e amministratore delegato di Antinori -. Se si riducono vitigni di basso potenziale qualitativo sì, ma bisogna comunque fare attenzione e non ridurre la questione a un mero fatto economico. La vite ha anche altre ragioni di carattere paesaggistico e di gestione del territorio dal punto di vista idraulico. Se i terreni franano non è solo colpa del cambiamento climatico, ma anche perché si abbandonano le coltivazioni delle colline». A dover stare attente sono le Regioni, che hanno la competenza per escludere un terreno dall’estirpazione. E qui si sono scatenate le polemiche.

Troppo stretti i tempi per stilare l’elenco dei vigneti di particolare pregio. Il regolamento comunitario è stato pubblicato soltanto il 30 giugno, il decreto del ministero delle Politiche agricole è del 23 luglio. L’elenco delle aree non estirpabili doveva essere inviato all’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea) entro ieri. Il termine per mandare la documentazione a Bruxelles scade oggi. Le Regioni che hanno presentato l’elenco – fa sapere l’Agea – sono sei: Abruzzo, Campania, Lombardia, Sicilia, Provincia autonoma di Trento e la Calabria. La Valle d’Aosta ha deciso che non consentirà estirpazioni. Nelle altre regioni i viticoltori più in difficoltà potrebbero sacrificare i vitigni storici terrazzati, in pendenza e di montagna che sono poco redditizi proprio perché di difficile coltivazione. Per il presidente del movimento «Città del vino» Valentino Valentini «le grandi regioni vitivinicole hanno dimostrato una scarsa conoscenza dei propri territori. Bastava poco per mettere al riparo aree di alto pregio». Che Valentini ricorda: i terroir delle isole Giglio ed Elba, dei Colli Apuani e della Val d’Orcia in Toscana; l’area del Soave Superiore e quella del Cartizze a Valdobbiadene, le colline terrazzate di San Pietro di Feletto in Veneto; la zona di confine con la Slovenia del Collio e dei Colli Orientali in Friuli-Venezia Giulia; la Val di Susa e il Canavese in Piemonte; i «vigneti delle sabbie» del Ferrarese in Emilia Romagna e le aree vitate del Parco dei Colli Romani nel Lazio. Il rischio è che si perdano vitigni autoctoni. O che succeda come in Francia, dove nella regione Languedoc-Roussillon la crisi della viticoltura locale e i vari piani nazionali di incentivi all’estirpazione hanno modificato la geografia agricola. Negli ultimi 20 anni sono stati estirpati 220 mila ettari coltivati e ne sono rimasti soltanto 280 mila. La scomparsa di quasi la metà delle viti ha, come ha descritto il Nouvel Observateur, «sfigurato» il paesaggio: le viti sono state sostituite soltanto in parte da altre coltivazioni di frutta e alcuni terreni non sono più stati coltivati. Intere colline sono state denudate.

Ora tocca ai viticoltori decidere. La domanda per accedere ai premi per l’estirpazione deve essere presentata a Bruxelles entro il 15 settembre 2008. Ma sulla Penisola, dicono gli addetti ai lavori, non ci saranno «estirpazioni selvagge». «Non penso che ci sarà questo problema – dice Riccardo Ricci Curbastro, presidente di FederDoc -. Da noi espianterà chi in questi anni non è riuscito a vendere il vino e si è rivolto alla distillazione, ma non chi produce uva e vino di qualità». Dello stesso parere anche il direttore di Federvini: «Le Regioni sanno da tempo quali sono i vitigni di pregio – dice Caggiano – e sanno come convincere le persone che vogliono estirpare a restare». I finanziamenti servono a questo. E Bruxelles non ha lesinato. In arrivo per il settore c’è un altro miliardo di euro suddiviso in cinque anni tutto per l’Italia e destinato al piano nazionale risorse vino.

Fausta Chiesa


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