“Hellboy – The golden army” di Guillermo Del Toro: un’altra fantasy è possibile

Di Gianfranco Cercone

“Hellboy” è un film che può piacere a coloro che apprezzano scene come questa: un mostro, cresciuto in un battibaleno nutrendosi dell’acqua delle fogne, erompe dal sottosuolo di New York, svelle il manto stradale, manda per aria le automobili; e si erge, alto più dei grattacieli, ruggendo minaccioso.

Per quanto mi riguarda, il frastuono e la magniloquenza di simili immagini, mi infastidiscono e in breve mi annoiano; anche se riconosco, naturalmente, che per rendere visivamente realistica, come in questo caso, un’azione tanto inverosimile, occorre una tecnica sofisticata.

Ma credo che in genere l’estetica degli effetti speciali offra un surrogato di divertimento; il vero divertimento essendo costituito, per me, da quell’osservazione profonda e sottile dei caratteri e dei comportamenti umani, che si riflette nelle vere opere d’arte, che siano film, quadri, romanzi o altro.

Il gigantesco, lo straordinario, l’orripilante, allontanandosi dalla misura della vita, potranno scuotere i nostri nervi, meravigliarci, stordirci; ma difficilmente potranno appagarci davvero. Non acuiranno, comunque, i nostri sensi, affinché, usciti dalla sala cinematografica, possiamo trarre profitto e piacere dall’osservazione dello spettacolo della realtà.

Esistono anche nella letturatura e nel cinema, favole e miti di grande bellezza, perché proiettano e isolano, nei regni dell’immaginazione, momenti spesso universali della vita dell’uomo.

Ma non mi pare il caso di “Hellboy 2”. Eppure, anche in questo film, dopo tanto saettare di cavallette malefiche, duelli all’ultimo sangue fra creature primordiali, e roboanti distruzioni apocalittiche, ho trovato almeno un momento di ristoro, in cui il racconto ha provvisoriamente ritrovato una dimensione umana.

E’ quello in cui si ritrovano a bere insieme, due mostri buoni (quelli che lottano per difendere la specie umana, contro i mostri cattivi che vorrebbero annientarla). Uno dei due, è un incrocio fra un caprone e uno scimpanzé; ha il torace di un campione di body building; il pigmento della pelle, rosso vivo. L’altro è un fragile (in apparenza) robot metallico, dai modi squisiti, aristocratici.

Si dà il caso che tutti e due siano innamorati di due belle ragazze, dall’aspetto umano. E forse sono anche ricambiati. Ma per due mostri, anche se buoni, la via dell’amore appare piena di incognite. E hanno l’aria scettica e malinconica. Bevendo una birra insieme, e ascoltando una celebre canzone d’amore, si consolano l’un l’altro.

Non pretendo che sia un momento di raffinato umorismo. Ma io ho sorriso. E ho intravisto la chiave di un film di fantasy, molto diverso da quello che a cui ho assistito.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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