“Total denial” di Milena Kaneva: l’inferno in una foresta birmana

Di Gianfranco Cercone

Il documentario avrebbe la vocazione, fra l’altro, di porre all’attenzione di un vasto pubblico, storie vere marginali o del tutto clandestine. Ma il documentario, soltanto eccezionalmente programmato dai cinema o dai principali canali televisivi, è marginale e clandestino a sua volta; e quella vocazione è costretto a tradirla.

(Di qui, anche, l’importanza della recente proposta dei radicali, di creare un format televisivo dedicato alla violazione dei diritti umani).

“Total denial” di Milena Kaneva (che ho visto recentemente al Roma Fiction Fest, nella sezione Factual, curata da Serafino Murri) racconta una vicenda accaduta in un angolo tra i più sperduti del mondo: una foresta della ex-Birmania, dove vivono, nei loro villaggi, i membri di una piccola minoranza etnica, i Kenan.

Negli anni Novanta, la corporazione americana Unocal, in collaborazione con la francese Total, progettano di costruire un gasdotto nell’Oceano Indiano; e affidano alla giunta militare birmana, dietro pagamento, il compito di sgomberare certi terreni per costruire gli aeroporti per elicotteri, necessari all’impresa.

Tale decisione deve essere sembrata la più rapida e la più economica. Come in concreto si sarebbe attuata, gli imprenditori avranno forse preferito non immaginarselo nemmeno.

Fatto sta che l’esercito birmano agisce con l’efficacia e con la ferocia sanguinaria che gli conosciamo.

I Kenan vengono deportati. Quelli che resistono, sono fucilati sul posto. Alcune donne sono stuprate. Una parte della popolazione è impiegata come manodopera schiavile.

Questo frammento d’inferno era destinato a rimanere del tutto ignorato e invisibile. Se così non è stato, non lo si deve né a uomini di governo, né a istituzioni internazionali, né a network televisivi; ma a due inermi cittadini del mondo.

Il primo si chiama Ka Hsaw Wa, uno studente birmano, costretto all’esilio come dissidente. Egli – armato di un coltello con cui uccidersi, caso mai fosse caduto nelle mani dei soldati – passando per le foreste, ha oltrepassato più volte, clandestinamente, il confine fra la Thailandia e la ex-Birmania; e ha raccolto fotografie e testimonianze della sventura occorsa ai Kenan.

L’altro è una ragazza, Katie Redford, membro di un’organizzazione per la difesa dei diritti umani; la quale, conosciuto lo studente (che poi sposerà), completa e raccoglie l’inchiesta in un libro.

Contro il parere del suo insegnante di diritto (che riteneva non esistessero i termini di un’azione legale), la giovane presenta il caso a un tribunale degli Stati Uniti; che si pronuncia per l’ammissibilità di un processo contro la Unocal. La corporazione presenta ricorso. Alla fine, si pronuncia sul caso, nientemeno che la Corte Federale degli Stati Uniti. Viene riesumata una legge del 1789, che consente alle popolazione straniere, che abbiano subito abusi per colpa di cittadini americani, di rivalersi presso i tribunali degli Stati Uniti.

La Unocal, per scongiurare il processo, versa un indennizzo alle vittime. Ma il caso costituirà un precedente legale per altre popolazioni.

Tutta questa vicenda, che si è snodata per quasi dieci anni, è stata seguita dalla regista bulgara Milena Kaneva, con una dedizione e una testardaggine ammirevoli. Ha accompagnato nella foresta lo studente birmano per riprendere i suoi colloqui con i Kenan (con una telecamera nascosta nella borsa); ha intervistato sul caso gli azionisti della Total in congresso a Parigi, raccogliendo mutismo, imbarazzo e irritazione; ha ripreso le udienze del processo in California; ha curato un affascinante ritratto dello studente, raccontandone la storia familiare e politica.

Il film è privo della faziosità aggressiva che si ritrova a volte nei documentari di Michael Moore. La storia è presentata con intelligenza ed equilibrio; ad esempio, viene ampiamente la parola al lustro avvocato dalla Unocal: con il risultato che la ragione e il torto spiccano in modo inequivocabile.

“Total denial” ha girato i festival di mezzo mondo; e nel 2006 ha ricevuto dal presidente ceco Vaclav Havel un premio speciale per i diritti umani.

Ora, mi chiedo: è possibile che un’opera così interessante e meritoria, non trovi uno spazio sui canali televisivi pubblici? E non dico uno spazio marginale, notturno. Ma in prima serata, seguito magari da un dibattito in studio, come si usava una volta.

Per quanto mi riguarda, posso solo segnalare ai lettori che il film può essere acquistato in DVD attraverso il sito www.totaldenialfilm.com, contattando l’indirizzo: mkprod@mclink.it .


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

2 Responses to ““Total denial” di Milena Kaneva: l’inferno in una foresta birmana”

  1. Umberto Rondi scrive:

    UN BEL’ARTICOLO. FORTUNATAMENTE IL FILM DI MILENA TOTAL DENIA,ANCHE SE SOLO IN (BUONA) PARTE E’ STATO TRASMESSO PROPRIO STASERA, 12 AGOSTO, ALL’INTERNO DEL PROGRAMMA ”CERA UNA VOLTA” DI RAI TRE (IO STESSO GLIEL’HO VENDUTO PER CONTO DELLA REGISTA)UN ANNO DI DURO LAVORO MA NE E’ VALSA LA PENA
    MA MOLTO RESTA DA FARE..PER TANTI ALTRI STRAORDINARI DOCUMENTARI, TANTE STRAORDINARIE STORIE CHE MERITEREBBERO SPAZIO SUL MIOPE SERVIZIO PUBBLICO, CON TUTTA QUELLA DEMENZIALE PACCOTTAGLIA DI QUIZ…
    CARI SALUTI A TUTTI
    UMBERTO RONDI FREE LANCE AUTORE TELEVISIVO – ATTIVISTA PER I DIRITTI UMANI

  2. gentilmente non tutto maiuscolo…

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