Cambiare la legge elettorale, ma attenzione ai bidoni

http://biscoteca.files.wordpress.com/2008/04/scheda-elettorale.jpgdi Andrea Bernaudo e Jan Sawicki – Domani su L’Opinione

Il Pdl farebbe bene a non crogiolarsi sul risultato delle ultime elezioni politiche e cominciare subito a porre mano alla modifica della legge elettorale cercando l’accordo con il PD, ora che c’è la possibilità di isolare Di Pietro in palese rottura con Veltroni.

E’ vero che il corpo elettorale ha capitalizzato al meglio lo scioglimento della Margherita e dei Ds nel PD e quello annunciato di Forza Italia e AN nel Pdl, ma anche se stavolta è andata bene al Cavaliere, che gode di una salda maggioranza sia alla Camera che al Senato, la prossima volta cosa accadrà?

Una classe dirigente che si rispetti non può affidarsi alla sorte o al buon senso degli elettori, è il legislatore che deve garantire al Paese una legge elettorale seria, democratica e affidabile e non sperare che sia il corpo elettorale ad orientare il voto in modo tale da garantire la governabilità, perché ciò non è detto che accada sempre, basta ricordare ciò che è capitato a Prodi con il venir meno di Mastella e dei due senatori dell’Udeur.

Il successo del Pdl, del resto, è stato ottenuto soprattutto grazie  alla promessa di un livellamento sensibile della pressione fiscale e anche dalla capacità di Silvio Berlusconi che, sull’onda della vergogna dei rifiuti di Napoli, ha saputo gestire a suo favore l’emergenza, mostrandosi sinceramente intenzionato a giocarsi la faccia pur di risolvere lo scandalo internazionale della mondezza straripante sulle strade della Campania.

A parte l’interesse generale, sacrosanto, ad avere una legge elettorale che non sia una “porcata”, è proprio al Presidente del Consiglio ed alla sua maggioranza che conviene dotare il sistema istituzionale di una legge più affidabile circa la tenuta della coalizione vincente.

Ammettiamo che l’attuale Governo sia in grado, non solo di pulire le strade di Napoli, il che già da solo sarebbe un grande successo, ma che addirittura riformi la Pubblica Amministrazione, dia l’avvio a riforme economiche che finalmente liberino il paese dalla morsa dirigista aumentandone la competitività e diminuisca la pressione fiscale, anche se tutto ciò accadesse, e sarebbe un miracolo, chi può garantire che, la prossima volta, pur vincendo di nuovo il Pdl, lo scarto sia così ampio da garantire al senato la tenuta della maggioranza?

E non è vero che ci sono altre priorità, poiché solo un Governo stabile può gestire i problemi nei quali siamo avviluppati, e solo una buona legge elettorale può creare i presupposti per la  governabilità.

Non è fantapolitica ritenere che L’Idv, pur continuando ad appoggiare lo schieramento che si contrappone al Presidente Berlusconi, abbia, tuttavia, una strategia che tende a sottolineare fino all’estremo la propria identità ed a contrapporsi nettamente al dialogo tra il PD ed il PDl, rimarcando così una leadership autonoma ad entrambi gli schieramenti. Né è difficile accorgersi che Di Pietro persegua, legittimamente, l’obiettivo di aumentare, nel corso di questa legislatura, la propria percentuale di elettori. Ebbene, se l’ex magistrato dovesse riuscire nel suo intento, aumentando anche solo di due o tre punti il proprio consenso elettorale, egli diverrebbe, con questa legge, il vero ago della bilancia della politica italiana, avendo un peso contrattuale sufficiente per determinare, a prescindere da chi vincerà, la tenuta o meno del prossimo Governo, così da poter incidere anche sulle scelte del prossimo Parlamento, facendo pesare con i numeri e nelle istituzioni la sua visione del passato e del futuro di questo Paese, così come gridata in modo sguaiato a Piazza Navona.

A chi conviene?

In questo contesto diventa necessario spendere qualche parola anche in merito al dibattito sulle riforme elettorali che, come accade periodicamente, torna ad affacciarsi sulla scena politica. Non ci saremmo aspettati che ciò avvenisse così presto, visto che il paese – come ben noto – ha qualche altra priorità da affrontare, e senza dimenticare (se la sovranità popolare non disturba troppo) che pendono comunque delle richieste referendarie su cui saremo chiamati a votare nel 2009. Ma visto che l’agenda politica in queste giornate quasi vacanziere ci trascina di nuovo verso questo argomento, non tiriamoci indietro.

Stentiamo a crederci, ma il modello che torna ad essere proposto, in via trasversale, è il c.d. ‘tedesco’. Sarà bene, una volta per tutte, sfatare il mito che avvolge questo sistema, che viene comodo agitare a fini propagandistici, perché si sa che quando si parla di Germania tutti pensano a un paese (una volta) stabile e senza conflitti insanabili, a un’economia solida, al mitico Deutsche Mark di un tempo, alle auto tedesche famose per comfort e affidabilità etc. E chi oserebbe mettersi contro di questo? Prescindendo da tecnicismi soporiferi, il sistema elettorale tedesco offre in sostanza un modello di proporzionalità pura, con la sola esclusione della soglia di accesso del cinque per cento (ma anche qui il discorso sarebbe più complicato), che dà una rappresentanza speculare tra tutte le forze che superano quella soglia. In primo luogo, dunque, si tratta pur sempre di un sistema che consente ai cittadini di esprimere consenso unicamente ad un partito, e che i partiti spendono il consenso così ottenuto successivamente al voto, formando alleanze senza obbligo di impegni preventivi davanti all’elettorato. Senza obbligo legale, attenzione. Questo particolare tecnico può avere conseguenze diverse derivanti dal temperamento politico, per così dire, di ciascun paese. In Germania, infatti, finché ciò è stato possibile, i partiti sono stati abbastanza fedeli a impegni di massima presi informalmente con gli elettori, e chi votava per uno dei principali partiti sapeva quanto meno con chi – in linea di principio – questo non avrebbe contratto alleanze di governo: prima peculiarità tedesca, che segnaliamo ai lettori. In Italia succederebbe lo stesso?

Questo sistema, in ogni caso, ha funzionato in maniera accettabile finché c’erano in sostanza tre partiti (la Cdu-Csu democristiana, la Spd socialdemocratica, la Fpd liberale), cioè fino agli anni ottanta. Da quel momento sono stabilmente entrati sulla scena i verdi, e i giocatori effettivi sono diventati quattro, complicando la situazione, anche se si era formata l’abitudine mentale a considerare i verdi come alleati naturali della sinistra, mentre i liberali erano più propensi a governare con la Cdu-Csu.

Ma da alcuni anni, dissanguando soprattutto i consensi socialdemocratici, ha fatto irruzione sulla scena un quinto soggetto, Die Linke, che per qualche aspetto può essere assimilata al nostro Arcobaleno, con la differenza che in quell’impasto è molto più forte l’elemento postcomunista. E non di un postcomunismo qualunque, ma di quello radicato nell’Est, sui territori della ex Ddr (non aggiungiamo altro al riguardo), con l’aggiunta da Ovest di un gruppo di contestatori fuoriusciti dalla Spd. Non essendoci le basi che consentano al Tribunale costituzionale di porre questo partito fuori legge (come previsto dall’ordinamento tedesco, e come già avvenuto in un passato ormai remoto per un partito comunista e per altre formazioni di estrema destra), la Linke appare ormai un soggetto stabile della scena politica e parlamentare tedesca, forte attualmente di una quota tra il dieci e il quindici per cento dei consensi. Ma né la Spd né i verdi sono stati finora disposti a contrarre alleanze con questa formazione (seconda peculiarità tedesca, diversa da quella italiana). Da qui lo stallo della situazione politica tedesca, che dal 2005 non ha prodotto una maggioranza capace di prescindere dalla Linke, rischiando di trasformare in regola quella che prima era un’eccezione, ovvero la Grosse Koalition tra i due (sempre meno) grandi partiti. A costo di essere brutali e semplificatori, mettiamola in questi termini: alle prossime elezioni in Germania, o i democristiani con i liberali riescono ad affermarsi anche per un solo seggio di scarto, o la grande coalizione seguiterà ad essere una realtà quasi ineludibile.

La Grosse Koalition alla tedesca, per inciso, regge e sopravvive nonostante periodiche turbolenze, data l’innegabile autodisciplina della classe politica di quel paese (terza peculiarità tedesca: in Italia cosa accadrebbe?), ma a lungo andare è difficile trovare qualcuno che sostenga trattarsi di una soluzione ideale, con buona pace di alcuni propugnatori italiani, anche insospettabili, di questo esito.

Lanciamo dunque una provocazione: apriamo un grande dibattito sulla modifica del sistema elettorale. Sì, ma apriamolo insieme agli amici tedeschi, convinciamoli della necessità di superare un sistema di rappresentanza che in passato avrà anche dato buoni frutti ma che attualmente li ingessa in una situazione di stallo che rischia di precipitarli verso l’Italia di qualche tempo fa, un salto indietro di cui nessuno avverte l’esigenza, per la verità nella stessa Italia (eccezion fatta per gli interessi di qualche spezzone di privilegiati interni alla casta).

Quale sistema suggerire ai tedeschi (o, perché no, volendo anche all’Italia)? Non c’è bisogno di inventare modelli maggioritari già sperimentati con successo nel mondo, da quello inglese a un turno a quello francese a due. In subordine – ahinoi, questo passa il convento – consideriamo pure le prospettive dischiuse dal referendum del prossimo anno, anche se occorrerebbe porre mano a un sistema troppo oligarchico di selezione delle candidature, tendente verso la nomina piuttosto che l’elezione.

Ma, quanto a noi, cerchiamo di non comprare un’auto tedesca a scatola chiusa, solo perché tedesca. Invece di una fiammante Porsche o Mercedes dell’ultimo modello, rischiamo di salire a bordo di una vecchia Trabant scassata e inquinante.  

Andrea Bernaudo e Jan Sawicki


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