Obiezioni liberali alle ragioni liberali di Bellasio contro l’eutanasia per Eluana

di Benedetto Della Vedova, dal Foglio del 12 luglio 2008

Daniele Bellasio ieri eccepiva alla logica che ha portato la Corte di Appello di Milano ad “autorizzare” la morte di Eluana Englaro. La pretesa di dedurre in sede giudiziaria la volontà non espressa in forme ufficiali e codificate non si presta forse ad arbitri e non è essa stessa arbitraria? Bella e giusta domanda. Però questa umana e rigorosa sentenza appartiene all’ordine degli effetti e non delle cause del vuoto normativo in cui è precipitata la discussione bio-etica. L’assenza di una legge sul testamento biologico (e quindi della stessa possibilità di dettare “direttive anticipate”) non cancella il diritto fondamentale e, in termini tecnici, costituzionale alla libertà di cura e di rifiuto delle cure. La differenza tra legge e diritto, a cui i liberali sono molto affezionati, in ambito bio-etico non scompare affatto, ma acquista una sua drammatica sostanzialità. Di fronte a una normativa lacunosa e incerta, l’idea di ricorrere al giudice in nome di un diritto non è davvero la cosa più illiberale che sta avvenendo sui perigliosi crinali della bio-politica.
Sono invece d’accordo con Bellasio sul principio generale: quando non è nota né provata (nel caso di Eluana invece lo è) la volontà del paziente, il rifiuto delle cure non può essere presunto. In dubio, pro vita. Proprio per questo deve essere possibile, codificata e accettata una esplicita e preventiva dichiarazione di volontà. Oggi il vero rischio non mi pare quello di un assalto, per via giudiziaria, al diritto alla vita, ma quello della vanificazione, per via politica, del diritto alla scelta.


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