Quando tace la politica, parlano i tribunali

Il caso Englaro e i doveri del legislatore

di Carmelo Palma, da L’Opinione dell’11 luglio 2008

La sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano ha, per così dire, autorizzato la morte di Eluana Englaro chiude una drammatica vicenda personale e apre una diversa, ma altrettanto drammatica, vicenda e vertenza politica. Comunque la si voglia giudicare, la sentenza rende ancora più evidente il vuoto politico e normativo, in cui su questi temi la stessa giurisprudenza è condannata a dibattersi, con le contraddizioni e le “sorprese” che ne conseguono. Fino a che la politica farà finta di non vedere i problemi bio-politici, sarà inevitabilmente surrogata da una “bio-giurisprudenza”, che potrà portare contributi di ragionevolezza e saggezza, ma non di ordine e di riforma. Si può sperare che l’Italia diventi un paese di common law, ma non che lo diventi de facto, solo sui temi bioetici e solo quando la politica ritiene pericoloso trafficare con le questioni del bio-diritto.
Se non ci si pone l’obiettivo politico di colmare questo vuoto, si finisce per degradare lo stesso dibattito pubblico. Non può rimanere senza esito il confronto tra quanti, da una parte, hanno appreso con sollievo la notizia di una donna restituita alla sua morte (e alla sua volontà) dalla sentenza di un giudice, e quanti, dall’altra, hanno denunciato nella pronuncia del tribunale una forma inedita e terribile di condanna capitale. La classe politica non si può semplicemente iscrivere ai diversi “partiti” dell’opinione pubblica (divisa tra i favorevoli e i contrari alla sentenza) senza porsi il problema di capire se e come il “bio-diritto” necessiti di una qualche manutenzione: per garantire l’esercizio dei diritti individuali e – direi – soprattutto per garantire una possibilità di convivenza pacifica e ordinata tra cittadini che professano una diversa etica della vita e della libertà.
La vicenda di Eluana Englaro ha suscitato opinioni e reazioni contrastanti e non è affatto detto che la sentenza di Milano debba e possa fare scuola. Ma non la si può liquidare ritenendo che sia semplicemente un “eccesso” indotto da una ingiustificata enfasi sulla libertà di cura. Il vuoto normativo e i nuovi dilemmi bio-etici che oggi occorre affrontare dipendono, in primo luogo, dall’impatto dirompente che la rivoluzione bio-medica e bio-tecnologica, cioè una nuova situazione di fatto, ha avuto sui principi e sugli istituti di diritto (e non solo di quello costituzionale). Il rifiuto di una vita puramente vegetativa e meccanica (che accomuna milioni di pazienti potenziali e reali) è politicamente centrale proprio perché è divenuto possibile prorogare la vita umana, in forme tali da rendere sempre meno percepibile e distinguibile il confine tra la persona e la macchina. Di fronte alla nuova realtà antropologica della malattia e della morte “sub specie tecno-scientifica”, si può anche ritenere preferibile il rischio di una medicina ossessivamente interventistica e manipolativa a quello di una società che rinuncia per cinismo o convenienza ad occuparsi degli incurabili. Ma non si può più far finta di ritenere che il paziente che rifiuta di essere inglobato dalla macchina sia solo e semplicemente un malato, che la scienza ha il dovere di curare non solo dai malanni del corpo, ma anche da quelli della ragione e della volontà.
Nella situazione aperta dalla sentenza su Eluana Englaro, il governo e la maggioranza hanno una grande e delicatissima responsabilità. Possono reagire restringendo, per via ordinaria, o addirittura rettificando, per via costituzionale, l’eccessiva “libertà” che oggi l’ordinamento offre ai malati e ai tribunali a cui essi e i loro familiari si rivolgono. O possono decidere, inopinatamente, di aprire con prudenza e ragionevolezza il dossier bio-politico, proprio partendo dalle questioni, tutt’altro che piccole, del testamento biologico e della libertà di cura: a tutte le giuste e sane paure non devono corrispondere gli stessi e vecchi tabù.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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