Di Gianfranco Cercone

Alcuni giornali e settimanali americani, a partire dal “Newsweek”, hanno approfittato dell’andata in pensione  del loro critico cinematografico, per abolire la rubrica delle recensioni dei film. A partire da questa notizia, la rivista “Cinemasessanta”ha avviato un’inchiesta sui problemi e sulla funzione attuale della critica cinematografica, che sarà pubblicata nel numero di novembre/ dicembre 2008.  Anticipo qui il mio intervento. (g.c.)

Ha ancora un senso la critica cinematografica? Serve davvero a qualcosa?

Per orientare le scelte del pubblico, anche quello del cinema d’autore, non basterebbero i premi e le selezioni dei maggiori festival? O il pronunciamento favorevole di qualche regista importante? O il giudizio degli stessi spettatori, sintetizzato in un certo numero di stellette su alcuni popolari siti Internet? O il semplice passaparola?

Ma la critica cinematografica dovrebbe servire soltanto o soprattutto a orientare le scelte del pubblico? E le fonti suddette sono adeguate al compito?

Sono questioni che andrebbero affrontate spregiudicatamente.

Se qualcosa non serve più, è giusto sbarazzarsene.

Ma se serve ancora, bisogna ritrovare le ragioni per cui serve, farsene forti (se si scrive di critica), e orientare di conseguenza il proprio impegno.

Dunque: a cosa serve, se serve, la critica cinematografica?

Si sa che la recensione di un film dovrebbe dimostrare se quel film è bello o se è brutto. E’ un’operazione che potrebbe sembrare non richiedere una competenza specialistica; la compie del resto, e legittimamente, qualsiasi spettatore dopo aver visto un film.

Ma si sa che spesso le operazioni che paiono semplici, perché si eseguono quasi automaticamente, ad esaminarle risultano assai complesse. Nel nostro caso: giudicare un film bello o brutto, implica necessariamente il riferimento a un’idea di bellezza.

Quell’idea può essere, e spesso è, inconscia. Tale, cioè, che l’autore del giudizio non saprebbe, o avrebbe almeno qualche difficoltà, ad esprimerla a parole. A volte non è che la sedimentazione dell’impressione di piacere provata vedendo alcuni film. Quando un nuovo film risveglia quello stesso piacere, lo si applaude ritenendolo bello.

Ma il piacere può essere ingannatore; può dare lustro di bellezza a ciò che non lo è.

Mettiamo che desideriamo uccidere nostra moglie (o nostro marito). Un film che mette in scena un simile episodio, ci potrà dare piacere, anche se è rozzo e malfatto, proprio perché appaga un nostro desiderio.

E i desideri (di potere, di amore, di ricchezza, di violenza, ecc.), frustrati nella realtà, che i film sono in grado di soddisfare, sono evidentemente innumerevoli.

Ma allora, con quale criterio distinguere, in cuor nostro, il piacere autentico di un’opera d’arte, da piaceri di tipo surrogatorio?

Ci vorrebbe un criterio di pronto uso; preciso come una formula matematica.

Ma formule, per realtà tanto sfuggenti, non ce ne sono.

E tuttavia, con una semplificazione un po’ provocatoria, e a rischio di risultare antiquato, vorrei ricordare una massima, che a una formula somiglia. Sono i celebri versi del poeta romantico John Keats, tratti dall’”Ode su un’urna greca”: “La verità è bellezza, e la bellezza verità: ecco tutto ciò che sappiamo sulla terra, e tutto ciò che ci è necessario sapere”. (Per chi vuole apprezzarli in inglese: “Beauty is truth, truth beauty – that is all / ye know on earth, and all ye need to know”).

Non garantirei se le osservazioni che seguiranno rispondano al pensiero di Keats. Ma si sa che una frase può illuminarci, anche al di là delle intenzioni del suo autore.

Quale verità si identifica con la bellezza?

Non è, credo, soltanto, e necessariamente, la verità dei fatti, quella che dovrebbero perseguire lo storico e il giornalista, salvaguardandola, per quanto possibile, dalle opinioni. E’ un’altra verità, quella che più compete agli artisti, e che sta alla radice dei fatti, e li motiva intimamente; e si trova nel cuore degli uomini (nei sentimenti, nelle emozioni, nei pensieri più manifesti, e in quelli più riposti) che quei fatti concorrono a creare. La sua impronta può farci sembrar veri anche fatti che, letteralmente, veri non sono; o può dare concretezza a storie apertamente fantastiche.

Se è questa verità l’oggetto di ogni opera d’arte, e di ogni film che aspiri a raggiungere un valore artistico, la critica dovrebbe chiedersi: quella verità è stata raggiunta, o l’autore si è accontentato di una ricostruzione dei fatti soltanto logica ed esteriore; oppure falsa e artificiosa; o puramente convenzionale?

Insomma: il giudizio su un film, implicherebbe una ricerca, attraverso il film, insieme al suo autore, delle ragioni profonde degli eventi e dei comportamenti umani. E non potrebbe esserci critica d’arte che non sia, allo stesso tempo, critica della vita!

Ma tanto negli autori quanto nei critici, questo spirito di ricerca è ancora vivo?

Credo che l’impressione generale sia che quello spirito è infiacchito.

Come mai?

Ecco un’altra grande domanda, cui si dovrebbe dedicare almeno un saggio, e a cui mi arrischierò di accennare una risposta in due parole.

Forse è venuta meno la speranza. Lo studio del mondo appassiona fino a quando si spera di trovare una via per migliorare la vita propria e altrui. Quando non si spera più, si tira a campare.