“12” di Nikita Mikhalkov: quando i giurati sembrano clown

Di Gianfranco Cercone

Quand’è che un regista ha “qualcosa da dire”?

“Qualcosa da dire” può essere un messaggio civile, religioso o filosofico, che un regista ritiene importante, o anche urgente, trasmettere attraverso la propria opera.

Ma “qualcosa da dire” può anche essere una storia da raccontare: a tal punto interiorizzata e rivissuta, da richiedere con impellenza di essere raccontata. (Proprio come un bambino, giunto al giusto grado di formazione nella pancia della madre, pretende di essere partorito.)

Ora, se una storia può anche esprimere messaggi civili, religiosi e filosofici; tali messaggi possono essere espressi, in modo più chiaro e più diretto, attraverso saggi o articoli di giornale.

E se una storia da raccontare ha bisogno di un artista; un messaggio può anche farne a meno.

Questo preambolo serve a dire che con “12”, il regista russo Nikita Mikhalkov aveva certamente “qualcosa da dire”; e cioè un messaggio civile giusto e importante, da trasmettere, in particolare, alla società russa. Ma allo stesso tempo, a mio parere, non aveva una storia da raccontare davvero sua, originalmente e profondamente sentita.

“12” racconta la riunione-fiume dei dodici componenti di una giuria popolare, chiamati a decidere della sorte di un ragazzo ceceno, accusato di aver ucciso il padre adottivo russo. All’inizio si pronunciano tutti, tranne uno, per la colpevolezza. Alla fine, votano all’unanimità per l’innocenza. Nel frattempo, vagliano e smontano una ad una le prove e le testimonianze dell’accusa.

Ma soprattutto, mettono in discussione quei pregiudizi, che li avevano condotti a una sbrigativa ed erronea condanna.

Come si vede, è una storia dal messaggio civile e dai contenuti psicologici; centrata sui percorsi di coscienza di 12 personaggi, o almeno di alcuni di loro.

(Il soggetto è tratto da un dramma scritto per il teatro da Reginald Rose, e da cui il regista Sidney Lumet aveva già ricavato un celebre film, “La parola ai giurati”).

Ora, la messa in scena di Mikhalkov richiama curiosamente la suggestione di un circo. Ad esempio: nella prima fase della riunione, i giurati sono svogliati, e altro non desiderano che concludere la discussione in fretta.

Come è resa questa idea?

Uno si mette a giocare a pallone, e incastra la palla su un canestro (la giuria si riunisce nella palestra di una scuola); un altro fa una pantomima: finge di tagliare e poi di sniffare una dose di cocaina; un altro, elegante e impomatato come un capitalista da operetta, si affanna davanti a un televisore rotto per cercare di assistere a una programma cui partecipa sua madre; un altro si chiude a lungo in bagno.

Insomma: qui come altrove, situazioni e stati d’animo sono deliberatamente esasperati ben oltre il limite della verosimiglianza, fino al grottesco.

E perchè? Per conferire al racconto vivacità; per divertire. Quel che contava, per Mikhalkov, era trasmettere, attraverso il divertimento, alcune idee degne e importanti, che sono la ragion d’essere del film: la condanna del razzismo contro i ceceni, naturalmente; ma anche la denuncia dei metodi illegali della polizia; della corruzione diffusa; della mancanza di reazione civile del popolo russo.

Ma il regista ha sbagliato i suoi conti. Come possiamo divertirci, o anche soltanto interessarci, del percorso interiore di personaggi trasformati, quasi tutti, in clown o in marionette? Svuotati di vere emozioni e di veri sentimenti?

Così “12” naufraga presto nella noia; e ci fa rimpiangere il Mikhalkov delle opere maggiori, come “Schiava d’amore”, “Oblomov”, “Partitura incompiuta per pianola meccanica”, “Oci ciornie”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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