Scontro di civiltà e “micro” scontri di civiltà

http://www.polytank.net/USA-flag.jpgdi Alessandro D’Ovidio
con la collaborazione di Nadia Rahmouni

Lodi, 17 giugno 2008 – La definizione di “Scontro di Civiltà” apparve pubblicamente per la prima volta nel 1993 sulla rivista Foreign Affairs, in un articolo a firma del Professor Samuel Huntington. E’ interessante ricostruire il contesto che in quell’epoca portò alla luce il problema dello scontro di civiltà.
Innanzitutto apparve sulla scia della “vittoria” del capitalismo liberale sul comunismo, simbolizzata nell’ottobre del 1993 dall’unificazione delle due Germanie e nel dicembre dello stesso anno dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica. Due anni prima la Guerra del Golfo amplificò il sentimento del trionfo occidentale e l’egemonia americana raggiunse il suoapice.
Di converso, nell’opinione pubblica di un paese arabo moderato e “occidentalizzato” come la Tunisia si manifestò la convinzione, condivisa da tutti i popoli arabi, che Saddam Hussein fosse caduto in una trappola diplomatica tesagli dall’amministrazione americana, la quale in un primo momento avrebbe fatto credere al dittatore iracheno di potersi appropriare impunemente del Kuwait. Questo presunto “tradimento”, unito all’idea che Saddam Hussein intendesse barattare la quarta fonte mondiale di approvvigionamento del petrolio con la
risoluzione definitiva e dignitosa del problema palestinese provocò grandi manifestazioni studentesche che per due settimane consecutive paralizzarono pacificamente l’attività didattica di ogni ordine e grado. Nell’inconscio collettivo dei tunisini il leader iracheno assurse al rango di eroe pronto a sacrificarsi per la causa dei “fratelli” palestinesi oppressi.
Durante il conflitto il suo prestigio fu tale che molti neonati tunisini vennero battezzati con il suo nome.
Secondariamente, a metà degli anni ’80 scoppiò una serie di crisi nel Medio Oriente e si verificò l’ascesa a livello mondiale dei movimenti militanti islamici ostili agli interessi occidentali. Tali circostanze cominciarono ad essere percepite in occidente come la prova che l’ “Islam Radicale” stesse soppiantando il comunismo quale sfida principale nella competizione ideologica a livello planetario. Gli attentati contro obiettivi occidentali in Europa, Medio Oriente, Africa e nell’area del Golfo favorirono l’affermazione negli Stati Uniti di un neo-conservatorismo a forte impronta religiosa.
Più recentemente, gli eventi dell’11 settembre 2001 rafforzarono in occidente la convinzione dell’inevitabilità di una contesa globale tra il mondo liberal-capitalista capeggiato dagli Stati
Uniti e quello islamico diretto dal movimento Al Qaeda di Osama Bin Laden. Se questi termini della contesa per la supremazia ideologica hanno un fondo di verità, non ci si può nascondere che il nocciolo della questione risiede nei più aspri scontri all’interno delle civiltà dell’ “Ovest” e del “Mondo Musulmano”.
Nell’ambito del mondo occidentale si è prodotta una serie di divisioni tra i cristiani fondamentalisti e quelli progressisti appartenenti sia alla chiesa cattolica che a quelle protestanti d’Europa, del Nord America, e persino dell’America latina.
La destra cristiana di varie denominazioni religiose degli Stati Uniti ha accentuato la sua influenza nei dibattiti riguardanti la politica nazionale ed estera. La percezione che l’attuale amministrazione americana sia stata fortemente condizionata dall’elettorato di destra deriva dalla forte propaganda moralistica su preghiere nelle scuole, aborto, matrimoni gay, ricerca sulle cellule staminali, predicazione della civilizzazione cristiana e volontà di estendere al mondo intero la democrazia di stampo occidentale.
In Europa le crisi di identità avvertite dai musulmani sparsi per le democrazie europee sono
state in parte aggravate dai timori suscitati dall’immigrazione clandestina.
Contrariamente all’opinione prevalente, sia in occidente che nel mondo musulmano, gli scontri di civiltà sono avvenuti all’interno dello stesso mondo islamico. Mentre una esigua minoranza di quel mondo può essere stata attratta dal mito di un “califfato mondiale” permeato dai valori islamici propugnati da Osama Bin Laden, a livello generale sono emerse delle “realtà” alquanto eterogenee.
Si è assistito infatti alla proliferazione di notevoli differenze di interpretazione dell’Islam in Africa, nel Medio Oriente e nel Sud-Est Asiatico. Le applicazioni pratiche dei valori
musulmani hanno messo in luce interpretazioni discordanti nel Medio Oriente e all’interno di ogni stato arabo, tra gli stati arabi e l’Iran, tra la maggior parte del Medio-Oriente e la Turchia, tra i musulmani del Pakistan e quelli dell’India. Perfino tra i musulmani sia della Malesia che dell’Indonesia… Ancor oggi gli iracheni e i kuwatiani sono divisi da una indubbia rivalità.

Secondo un antico proverbio arabico: “Gli arabi si sono messi d’accordo di non essere d’accordo.”

In ultima istanza si può affermare che il conflitto nel Medio-Oriente sia determinato dallo scontro tra interessi politici locali. La radice delle cause di molti di questi conflitti va ricercata nella rivalità tribale e nelle lotte dei clan che ambiscono al prestigio sociale, al privilegio di gruppo, al potere personale o alla loro combinazione. La stessa divisione faziosa che spacca l’autorità palestinese tra seguaci di Fatah e Hamas ha francamente ben poco a che fare con i valori islamici. Nell’Iraq “liberato” continuano a imperversare violenti scontri tra sunniti e sciiti, come tra gruppi settari sunniti. E’ pleonastico rilevare come tale contesto di caos permanente favorisca i criminali e i teppisti. Di fronte a tutte queste contingenze il problema dell’anti-americanismo è decisamente marginale.
Bisogna ammettere che tutte e tre le religioni che si contendono i luoghi sacri della Palestina, vale a dire cristianesimo, islam e giudaismo, si sono dimostrate, come era prevedibile, impotenti ad arginare il fenomeno dei “micro” scontri di civiltà. La politica ha fallito perchè sono naufragati tutti i “processi di pace” finora tentati, nonostante l’ampio e ben pubblicizzato dispiegamento di presidenti, primi ministri, cancellieri, re, sultani, emiri, inviati speciali, ecc., ecc.
La morale che dobbiamo trarre da tutto ciò è che il mondo non conoscerà mai la vera pace, la prosperità, e la libertà come presupposto delle prime due finché non prenderemo coscenza che:
1. Tutti gli uomini della terra possiedono lo stesso DNA;
2. La fede è una questione personale che deve essere vissuta nel privato e nel completo rispetto delle credenze altrui;
3. Le risorse sempre più limitate del pianeta impongono scelte politiche e
sociali improntate ad un uso etico e concertato delle stesse, con il conseguente ripudio delle ideologie divisive e l’eliminazione degli sprechi indotti dall’avidità di potere e dalla corruzione ad essa correlata;
4. Come ammonì la famosa scrittrice e teosofa britannica Alice Ann Bailey,
dobbiamo ora più che mai coltivare l’intelligenza, che per sua natura è la
più laica delle manifestazioni umane


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