“Il resto della notte” di Francesco Munzi: il malessere come atmosfera

Di Gianfranco Cercone

Ogni opera d’arte – che sia un quadro, un romanzo, una fotografia o un film – per non dare l’impressione di un insieme disorganizzato, deve avere un tema; e un tema facilmente riconoscibile.

Per cercare di individuare il tema del film di Munzi “Il resto della notte” (la sua opera seconda, dopo un esordio notevole: “Saimir”), procederò per esclusione.

Il film racconta, fra l’altro, una rapina in una villa signorile. E’ intorno a questo episodio che confluisce un gruppo di personaggi disparati, dei quali, prima di allora, avevamo seguito separatamente le vicende.

A quante rapine abbiamo assistito al cinema, partecipando alla fase della composizione della banda, della preparazione dettagliata del piano; auspicando in cuor nostro che, dopo tanto lavoro, il colpo andasse a buon fine!

Ma il film di Munzi è di tutt’altro tipo. Qui la rapina viene decisa in fretta, quasi sbadatamente, quando il film è già quasi finito. Il piano è arruffato, o almeno ne sappiamo poco. E il colpo sfocia in tragedia nel giro di pochi minuti.

Così, se la rapina è l’unico legame che tieni insieme i personaggi – gli uni come rapinatori; gli altri come vittime da derubare – occupa una porzione troppo esigua del racconto, perché possa esserne il vero tema.

Altra possibilità: “Il resto della notte” è un film sui problemi degli immigrati rumeni in Italia.

In effetti, il racconto muove i passi dal caso di una cameriera rumena, licenziata perché sospettata di un furto di orecchini. Senza più un domicilio, si rifugia in casa di uno suo ex-amante, rumeno anche lui, ladro e ricettatore. Costui convive con un fratello minore, che egli cerca di avviare al lavoro duro ma onesto del manovale.

Insomma: un discreto quantitativo di personaggi sono di etnia rumena. Ma se è quella etnia il centro focale del film, perché dilungarsi allora sui tristi casi di un italiano tossicodipendente?

Perché raccontarci le sottili freddezze e le sfumate incomprensioni dei coniugi italiani, proprietari della villa, bersaglio della rapina? E soprattutto: attraverso le vicende dei tre rumeni, non dovrebbero emergere alcuni problemi generali dell’immigrazione; mentre i loro casi, né stravaganti né medi, non sembrano suggerire nessuna particolare riflessione che oltrepassi la loro singolarità?

Resterebbe una terza possibilità: quella dell’apologo sociologico.

“Il resto della notte” sarebbe un film sulle ingiustizie sociali nelle nostre città: ecco i ricchi che vivono in ville signorili; ecco i poveri immigrati che vivono in appartamenti fatiscenti, costretti a campare di espedienti anche illegali. E qual è il risultato di tanta discriminazione? Una rapina che sfocia in tragedia! (Evento che, in questa prospettiva, acquisterebbe una forza emblematica).

L’assunto è certo semplicistico, ma chiaro e di facile decifrazione.

Potrebbe corrispondergli, diciamo, un sessanta per cento del film.

Ma il resto?

Se in effetti non ci dimentichiamo mai quali personaggi sono ricchi e quali poveri, i problemi che ci vengono descritti sono troppo vagamente collegati a questioni “di classe”, perché siano quelle il filo conduttore del film. Per esempio: l’italiano tossicodipendente. Da dove vive e da come veste, capiamo che non se la passa bene. Ma è forse tossicodipendente perché è povero? Il suo matrimonio fallito, e soprattutto la sua difficoltà di comunicare con il figlio piccolo, non sono sintomi di un malessere psicologico che soltanto con un’interpretazione forzata potremmo ricondurre alla povertà? E la storia d’amore della coppia rumena, ha un antefatto drammatico, tormentato, soltanto suggerito, ma di natura tutta psicologica, senza alcuna chiara connotazione “di classe”!

Ma allora, accidenti, qual è il tema del “Resto della notte”?

Dobbiamo concludere che non c’è?

Non penso. Il tema c’è, ma è un po’ vago. E’ il malessere. Tutti i personaggi, per una ragione o per l’altra, e molto spesso senza una chiara ragione, soffrono. E quella sofferenza che per una buona parte del film, rimane in uno stato latente – un’atmosfera onnipervasiva – precipita, come per l’aggravarsi di un morbo, nella cruenta rapina finale.

Un motivo conduttore, si può obiettare, troppo vago, quasi aereo. Sono d’accordo. Ma il malessere che quasi non sa dire il suo nome, e che proprio perché indefinito, sembra ritenuto più interessante, come l’essenza di un profumo raffinato, accompagna il cinema italiano da molto tempo; almeno dalle grandi prove di Michelangelo Antonioni.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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