Allah superstar

Di Marianna Mascioletti – Recensione del giugno 2004

A scorrerne distrattamente qualche riga, su un divanetto della Feltrinelli di largo Argentina, sembrerebbe di essersi imbattuti nell’ultima fatica editoriale di una Fallaci che sia, chissà come chissà perché, venuta improvvisamente a contatto con l’autoironia…
…e invece no.

Tanto per cominciare, la copertina è rosa shocking con solo il titolo stampato in oro, mentre chi può vantare una lunga frequentazione coi libri della Fallaci sa perfettamente che le copertine di Oriana sono (sobriamente) tutte dorate, ma sì, quei bei libroni tutti splendenti che rilevano le tue impronte digitali anche se solo pensi di sfiorarli, a meno che tu, furbo, prima di maneggiarli non ti sia infilato un bel paio di guanti da giardiniere, ma poi con quelli come fai a girare le pagine?
Eh beh, insomma, sono problemi anche questi…ma lasciamo andare, perché si sa che Oriana ha la querela facile, e torniamo ad esaminare le differenze tra i suoi libri e questo "Allah superstar" che vado recensendo. Sulla copertina (fuxia, come dicevamo…sì, sì, troppo frivola per Lei, decisamente troppo frivola, da donnicciuole, da gente senza palle), una battuta folgorante, che sembra rubata al Woody Allen dei tempi migliori:
"Se vuoi parcheggiare un Boeing a Manhattan, è difficile evitare le Torri Gemelle."

Cacchio. Chiunque tu sia, caro Y.B. (sulla copertina sono stampate solo le iniziali dell’autore), hai trovato un’acquirente. Parafrasando Alberto Sordi, tu m’hai provocato, e io me te compro.
Ma sì, sì, diamoci alla pazza gioia, acquistiamo cultura, compriamo sapere, sì, sì, diamoci alla mercificazione, al consumismo, viva la società capitalista, spendiamo questi xy euro* e procuriamoci la lettura per questa sera. 

Beh, xy euro* sono troppi per 138 pagine, ma il contenuto li vale tutti.

Il succo della recensione è che questo libro fa ridere. E riesce a far ridere facendo quello che, dopo il fatidico 11 settembre 2001, è diventato il desiderio nascosto di tutti gli psichiatri, i sociologi, gli psicologi delle masse e del lavoro (messa così fa pure un po’ comunista, ma sono semplicemente due specializzazioni della laurea in psicologia), gli analisti in crisi, i giornalisti razzisti e quelli terzomondisti, i politici di destra, di sinistra e di centro: esplorare i "flussi di coscienza" di un giovane musulmano aspirante kamikaze.

Y.B, alias Yassir Benmiloud, trentaseienne algerino trapiantato in Francia, costruisce Kamel Léon Hassani, il suo protagonista, con spregiudicatezza e ironia, attraverso un monologo che, nonostante la scarsità di punteggiatura, scorre che è un piacere. Che, nonostante gli argomenti trattati (il razzismo, l’antisemitismo di ritorno, la "società dell’immagine", la banlieue parigina, l’alcolismo, la violenza e chi più ne ha più ne metta), riesce a non tramutarsi mai in una predica e a restare un "one man show" di rara comicità.

A partire dalla considerazione che "per gli arabi è più facile entrare in Al-Quaeda che alla televisione, per colpa del numero chiuso", ricordando che "il nasone non ce l’hanno solo gli Arabi, ce l’hanno anche gli Ebrei, ma loro hanno i loro comici per dirlo",  passando per la fondamentale scoperta che "prendersi in giro da soli è molto meglio che farsi prendere in giro, perché gli ebrei fanno le barzellette sui rabbini e i cristiani le barzellette sui preti e noi non facciamo le barzellette sugli imam?", dietro suggerimento appunto di un imam ("I miscredenti ridono di quello che hanno paura, e di islam hanno molta paura, fagli paura con islam e rideranno moltissimo") il protagonista mette su un monologo esilarante e tragico al tempo stesso, dal finale "nero" per certi versi scontato, ma da cui comunque non si può evitare di restare colti di sorpresa.

E quando Kamel si presenta, specificando:
"tu ti chiedi se sono musulmano praticante come mio padre, se dico le preghiere, se faccio il ramadan, le cinture con l’esplosivo, gli stupri di gruppo in cantine usate come moschee su minorenni infibulate da imam senza permesso di soggiorno che le legano al minareto con un velo islamico nonostante il ministro degli interni Sarkozy**. Mi dispiace, la risposta è no. (…) Giuro che un giorno dirò pure le preghiere, ma solo dopo che sono diventato famoso, non voglio che poi si dice in giro che ho leccato il culo a qualcuno per fare carriera, non sono mica una concorrente del Grande Fratello."
dà un bel calcio al razzismo da talk show, ma anche al terzomondismo radical-chic, ai telegiornali che fingono di informare e in realtà servono solo ad alimentare pregiudizi e paure, ma anche al fondamentalismo di periferia (e certo questo è difficile sradicarlo se "ti dicono che bisogna che ti integri nella società multietnica e poi non ti fanno entrare in discoteca ma solo in moschea"). Tutto in un colpo solo, e senza darsi troppe arie.

Roba che Giuliano Ferrara sono trent’anni che ci prova. Invano.

*n.d.r.: non posso scriverlo, perché in effetti il libro era un regalo e la persona a cui l’ho regalato potrebbe restarci male a scoprirne il prezzo da una mia recensione. Comunque era un numero a due cifre.
**n.d.r.: l’attuale primo ministro francese, a suo tempo, ha svolto un ruolo fondamentale nell’approvazione della legge che proibisce il chador nelle scuole.


No Responses to “Allah superstar”

  1. Simmaco ha detto:

    Mi hai convinto! Lo ordino subito!

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