“Il divo” di Paolo Sorrentino: ritratto di Giulio Andreotti da mostro

Di Gianfranco Cercone

Il film di Sorrentino su Andreotti è un’ottima occasione per chiarire cosa la critica cinematografica è, e cosa non è.
La critica, si sa, dovrebbe appurare il valore artistico di un film; e cioè se un film è bello o se è brutto. Non è suo compito, invece, ad esempio, discutere della veridicità storica dei fatti narrati dal film (quand’anche tali fatti siano presentati, appunto, come “storici”, e cioè realmente accaduti); e nemmeno, dovrebbe valutare un film a seconda della posizione ideologica e politica dell’autore.

In altri termini: un film su Andreotti potrà attribuire al personaggio “storico” crimini o opere di bene, che egli potrà non avere nemmeno sognato di compiere; potrà darne un profilo psicologico nel quale nessuno dei suoi amici e dei suoi familiari, lo riconosceranno mai; nello spirito del ritratto si potrà avvertire la simpatia del sostenitore o la rabbia dell’oppositore; e tuttavia, se il ritratto è vivo e convincente, animato da verità interiore, il critico dovrà apprezzarlo.

(Del resto, quando ammiriamo il ritratto di Filippo IV di Spagna dipinto da Velazquez, possiamo forse giurare che corrisponda ai connotati dell’illustre modello? O se leggiamo il Riccardo III di Shakespeare, ci importa forse se quel re sia stato davvero una tale canaglia?)

Certo, lo storico e il giornalista faranno bene a indicare distorsioni storiche; e il soggetto raffigurato potrà legittimamente sporgere querela, se è stato diffamato.

Tali questioni non competono però al critico cinematografico; soltanto perchè non è da loro che dipende la bellezza o la bruttezza di un film.

Fatta questa premessa, forse pedante, ma che mi è sembrata necessaria per evitare discussioni confuse, voglio precisare subito che, a mio parere, il successo riportato dal Divo di Sorrentino al festival di Cannes e il consenso che gli ha tributato buona parte della critica italiana, sono sproporzionati alla modestia del film.

Scrivevo di ritratti animati da verità interiore. Qui, di interiorità, non ho colto nemmeno un’ombra.

Giulio Andreotti è una caricatura (impersonata dall’attore Toni Servillo), cui non mancano (come potrebbero, del resto?) le orecchie appuntite e la gobba; la voce melliflua da prete confessore; un’espressione tetra e imperscrutabile, rischiarata di rado e debolmente da un sorriso malizioso.

Certo, una caricatura può avere dignità artistica. Non sono forse  in fondo caricature i grandi tipi della commedia (l’avaro, il misantropo, il burbero benefico, eccetera eccetera)?

Ma è la qualità di questa caricatura che io discuto, che è troppo elementare ed esteriore.

Nei tipi, il personaggio si riassume tutto o quasi, in un tratto caratteriale, esasperato ma anche inciso con eccezionale nitidezza.

Nel caso dell’Andreotti di Sorrentino, quel tratto è forse il cinismo. Quel cinismo che lo induce, senza scrupoli di coscienza, a commissionare delitti, a stringere alleanze con mafiosi; più in genere: a partecipare al giro di malaffare della politica italiana. Ci spiega Andreotti stesso in un monologo dai toni deliranti: il Male è necessario al Bene, è parte sostanziale della creazione divina.

Ma per descrivere efficacemente il cinismo, Sorrentino avrebbe dovuto coglierne le ragioni intime (non quelle ideologiche, “spiattellate”); avrebbe dovuto riviverlo e approfondirlo in sé; trovarne per esempio le segrete derivazioni dal cattolicesimo.

In questo caso si sarebbe creata anche un’empatia fra il personaggio e il pubblico; quell’empatia che non manca mai nella commedia, anche rispetto ai personaggi più negativi.

Questo Andreotti, invece, è semplicemente un mostro, deprivato di umanità; oggetto di disprezzo, e anche, come capita ai mostri, di inconfessata ammirazione. Oltretutto, è un personaggio dal fiato corto. Non a caso, non lo vediamo mai agire in un episodio ampio e sviluppato. Tutto il film si compone di brevi aneddoti, dove Andreotti snocciola qualcuno dei suoi celebri aforismi, o si esibisce in qualche proverbiale apparizione pubblica.

Qualcuno, nel film, lo definisce: “un enigma”. Ecco: tale, credo, è rimasto per Sorrentino. Un enigma non rischiarato da quello sguardo più lungo e più acuto, capace di andare oltre le apparenze e il luogo comune, che ci si aspetta da un artista.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

Comments are closed.