“Alexandra” di Alexandr Sokurov: la guerra in Cecenia e l’alleanza internazionale delle nonne

Di Gianfranco Cercone – Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tanti sono stati i film realizzati contro questa o quella guerra; o contro i crimini che, durante la guerra, i soldati possono commettere. Ma il punto di vista sulla e contro la guerra scelto dal regista Sokurov (punta di diamante del cinema russo odierno), per il suo “Alexandra”, è del tutto originale e, a suo modo, illuminante.

In un accampamento dell’esercito russo in Cecenia, giunge la visita di un’anziana signora, l’Alexandra del titolo.

Viene a trovare, dopo quasi sette anni di separazione, il nipote, ora ufficiale.

L’accampamento, si sa, non è un luogo fatto per le signore. Fa un caldo torrido, i letti non sono confortevoli, gli uomini si lavano poco e male; negli spazi in cui dormono in tanti il cattivo odore è soffocante; si è soggetti a regolamenti, e si vive in uno stato di allarme costante.

Ma Alexandra non è tipo da lamentarsi. Di tempra dura e fiera (in casa, pare che fosse alquanto autoritaria), respinge la protezione di una guardia del corpo; visita a proprio piacimento tutti i luoghi del campo, non lesinando rimproveri e ammonimenti.

Un giorno va anche a un mercatino ceceno – davanti alle case distrutte dai bombardamenti – per acquistare sigarette e dolciumi per i soldati; e lì fa amicizia con un’anziana cecena.

I soldati, malgrado il suo comportamento irrituale, le si affezionano. Tanto che una sera, apparecchiano all’aperto una tavola tutta per lei, e le cucinano una cena speciale. E poi, la guardano mangiare: con nostalgia della loro vita familiare? Con ammirazione? Con invidia, per un cibo forse migliore di quello destinato a loro? Tutti questi sentimenti insieme, con gradazioni diverse per ognuno.

Il film non è privo di note più nettamente drammatiche. Quando è giunto il momento di partire, Alexandra abbraccia il nipote, e gli confida di essere certa che la propria morte è prossima, e che quella sarà l’ultima volta che loro due si vedranno.

Ora, perchè si ha l’impressione che questo film dove non viene mostrata nessuna delle atrocità tipiche delle guerre, non viene fornita quasi nessuna informazione sul conflitto tra russi e ceceni, sia inequivocabilmente un film contro la guerra, e anzi contro quella guerra in particolare?

Certo, suggeriscono questa conclusione alcune battute del dialogo, pronunciate in particolare da Alexandra; frase da gente comune, piene di sconfortata saggezza.

Ma soprattutto parlano le immagini; e, in particolare, quelle dei soldati. Osservati a lungo, uno per uno (penso, ad esempio, alla lunga scena in cui puliscono i fucili), ci sembrano amorosamente accompagnati dallo sguardo di una madre (con una tenerezza, che – essendo l’autore del film un uomo – si potrebbe dire omoerotica; ma che è anche cristiana). E se l’oggetto privilegiato di questa accorata contemplazione sono i giovani russi, riguarda anche i ceceni. Ad esempio, il ragazzo che accompagna Alexandra dal mercato all’aperto all’accampamento. Si pensi a come la sua immagine, isolata e muta, torni poco dopo alla memoria di Alexandra: il volto in primo piano, sullo sfondo vasto di un campo erboso; sulle labbra un sorriso un po’ misterioso, appena accennato.

Pasolini, in alcuni suoi versi di tono visionario, parlò della guerra come di una congiura internazionale dei Padri per uccidere i Figli. “Alexandra”, nell’epilogo in cui tre o quattro madri o nonne cecene, salutano alla stazione la nonna russa che torna in patria, può suggerire un’altra visione: un’alleanza internazionale di madri e nonne, per salvare le vite di figli e nipoti.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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