“Sangue pazzo” di Marco Tullio Giordana: il fascismo come recita

Di Gianfranco Cercone

C’è almeno un’intuizione felice nel fondo dell’ultimo film di Giordana; un’intuizione che ci fa veder chiaro tanto nel cuore di un personaggio, quanto nel segmento storico-sociale in cui è collocato.

Il personaggio è Osvaldo Valenti,  un divo cinematografico dell’epoca fascista, in coppia, nella vita e sugli schermi, con la diva Luisa Ferida; l’epoca è sì il fascismo, ma, in particolare, nel film, quella sua estrema appendice (il colpo di coda!) che fu l’Italia repubblichina.

E il tratto che lega il personaggio all’epoca, e in diverso modo li tocca entrambi, è, in due parole, la perdita di contatto con la realtà.

Come è noto, nella sua fase repubblichina, il fascismo di Mussolini consumava la sua fine; ma, nella coscienza di alcuni dirigenti e militanti fascisti, preparava la sua riscossa.

Non è chiaro, e in fondo ci importa poco, se a quella riscossa credesse anche Valenti (non parlo qui del personaggio storico, ma soltanto del personaggio del film di Giordana). Ma scegliendo di indossare la divisa della Decima Mas di Junio Valerio Borghese (la divisione che si incaricò anche di combattere e di torturare partigiani), scelse anche di interpretare la presunzione di forza che permaneva in certi fascisti.

Ma se alcuni interpretarono inconsapevolmente personaggi di cartapesta, di cui la Storia avrebbe presto dimostrato l’irrealtà, il Valenti di Giordana – assecondando fino in fondo il suo mestiere di attore, indossando la divisa di soldato come un costume di scena – sembra recitare coscientemente il ruolo del fascista, ma con la determinazione di chi è disposto a morirci dentro.

In un ambiente in cui tutto era più che mai inautentico, trova una dimensione congeniale; partecipa alla generale mascherata con una specie di ebbrezza autodistruttiva.

L’uso smodato della cocaina, il gioco d’azzardo, la sfrenatezza sessuale, sono proprio le forme convulse di una vitalità disperata; quella di chi sente che la fine della recita è prossima.

Ma “Sangue pazzo” non è soltanto un ritratto di Valenti. Il personaggio della Ferida vorrebbe avere lo stesso peso. E tuttavia mi sembra che abbia una funzione ancillare, che sia soprattutto uno sguardo su Valenti. Sedotta dalla recita della virilità (una recita, in questo caso, non priva di guitteria), nutre anche per lui la compassione impotente di chi comprende la sua inanità, il suo agitarsi a vuoto.

Valenti, insieme alla Ferida, furono fucilati dai partigiani dopo un processo. Il film sembra chiedersi se quella condanna fu giusta.

La condanna a morte di chi abbiamo imparato a conoscere personalmente, al cinema come nella vita, non può che risultare ingiusta. Si può forse uccidere con buona coscienza, soltanto chi non si conosce davvero.

Tuttavia, il racconto non attenua le responsabilità politiche del personaggio; per esempio la sua amicizia con Pietro Koch, sadico torturatore di partigiani. E il diaframma, sempre avvertibile, fra l’attore e il ruolo che nella vita scelse di interpretare, non basta ad assolverlo.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

Comments are closed.