“GOMORRA” di Matteo Garrone: il fascino del Male

Di Gianfranco Cercone

Il film di denuncia può essere affrontato dall’autore, scegliendo uno di questi due fondamentali punti di vista.

Nel primo caso, il male denunciato, per quanto orribile, è un fenomeno circoscritto, di cui si conoscono le cause e di cui si suggeriscono le terapie. Il film, in questo caso, è sotteso di speranza, e si propone esso stesso come un contributo al miglioramento della società.

Nel secondo caso, il male denunciato è gigantesco, largamente incomprensibile, frutto di una corruzione storica tanto stratificata che si è persa la memoria delle sue origini. Disperando che possa mai essere debellato, il film, nel denunciarlo, lo contempla, come affascinato dalla sua mostruosa bellezza, la stessa che potrebbe avere un corpo umano coperto di piaghe e di bubboni, o in via di putrefazione.

Chi ha già visto il film “Gomorra” (che il regista Matteo Garrone ha tratto dall’ormai celebre libro di Roberto Saviano), non avrà dubbi, credo, a riconoscerlo del secondo tipo.

Del resto già il titolo – “Gomorra” – decontestualizza il mondo raffigurato, lo immerge in un’aura mitica.

Allo stesso, tempo, però, è un mondo topograficamente circoscritto: si racchiude, perlopiù, tra i sinistri palazzoni popolari del quartiere Scampia di Napoli, dominato in toto dalla malavita organizzata (di cui il film non prende in esame le ramificazioni nazionali e internazionali).

Ma per gli abitanti del quartiere (e per l’autore, che sposa, sotto questo aspetto, la loro prospettiva), non si tratta soltanto di una marginale periferia: è il mondo tutto intero, se non altro perché al suo interno si svolge quasi interamente la loro vita (il lavoro, la famiglia, le amicizie, ecc.).

Lo avvertiamo, in particolare, quando, verso il finale, uno dei personaggi, in pericolo di vita, fugge verso la superstrada che conduce al quartiere. Ecco: le macchine che la intasano, provenendo da una realtà estranea, ci fanno respirare una boccata di ossigeno, come se fino ad allora fossimo stati chiusi in una capsula, imprigionati in un fondale marino.

Il nostro sguardo non aveva visto, del resto, che sotterranei, cubicoli, androni, discariche, acque fetide, locali notturni infernali: realtà povere e squallide, ma allo stesso tempo favolose, come potrebbero esserlo la Tana dell’Orco o la Casa delle Streghe.

Non era facile, affrontando il tema della malavita in questa maniera, non dico emozionare, ma tenere avvinta l’attenzione del pubblico per oltre due ore.

Personaggi e situazioni, sono resi così estranei (esotici), o così ripugnanti, da precludere a priori una piena immedesimazione.

Prendiamo, ad esempio, uno degli episodi più sviluppati del film: due ragazzini rubano alcune armi dall’arsenale dei clan; e una volta scoperti, si rifiutano di riconsegnarle, progettando di conquistare la leadership del quartiere.

Ora, si può davvero compartecipare emotivamente a un tentativo di insubordinazione così velleitario, balordo, votato alla sconfitta? Che si può spiegare soltanto forse con un inconscio desiderio di morte, e cioè di essere uccisi? E comunque: se i due protagonisti potrebbero anche suscitare simpatia o tenerezza, a contraddire questa tentazione, li scopriamo pronti a prestarsi a un’infame azione di killeraggio.

Eppure, il film di Garrone vince la sua scommessa; e nonostante il dialetto stretto (che richiede l’uso dei sottotitoli); nonostante le tante storie, che fuse ad arte nel contesto corale, danno l’impressione di una babele; suscita un costante interesse.

Forse perché fatti e situazioni non si ripetono mai, come dettati da una fantasia traboccante. E perché, allo stesso tempo, hanno l’aria di essere veri.

E forse perchè il Male ha un fascino inesauribile.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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