Un nuovo patto per la legalità

di Alessio Di Carlo, da L’Opinione del 16 maggio 2008

Che  il 13 aprile si sia consumata una vera e propria rivoluzione nel panorama politico italiano è ormai chiaro a tutti: non tanto (o non solo) per il risultato che  è venuto fuori dalle urne ma, soprattutto, per  il clima insolitamente civile in cui s’è svolta la campagna elettorale e quello altrettanto costruttivo che – fatta eccezione per Antonio Di Pietro – sembra prepararsi in questi giorni in Parlamento. Se, dunque, sembrano maturi i tempi per superare la contrapposizione tra anti e pro di vario genere, per mettere da parte il clima da eterna guerra civile strisciante che da Mani Pulite in poi ha attraversato il Paese, è forse giunto il momento di ristabilire un ordine logico e di buon senso nell’approccio con cui le opposte fazioni si sono fino ad oggi accostate al tema della Giustizia.
Era il tempo in cui ai cosiddetti giustizialisti si contrapponevano i cosiddetti garantisti: considerati spregiativamente irriducibili del cavillo giuridico quando non addirittura amici e collusi con i farabutti, quest’ultimi hanno finito per rappresentare la voce critica e mal digerita che, da sola, si è contrapposta allo straripante potere del partito dei magistrati dall’inizio degli anni 90 in poi.
La nuova stagione che sembra essersi avviata lascia sperare che possa superarsi questa contrapposizione che, persino dal punto di vista strettamente terminologico, sembra davvero fuor di luogo. E’ da auspicare, dunque, che al termine ‘garantista’ riesca finalmente a sostituirsi quello di ‘legalitario’.
Già, perché altro non è, il tanto vituperato ‘garantista’, se non un intransigente assertore della supremazia della legge, della necessità che – comunque – sia la legge il punto fermo da cui partire e verso il quale approdare.
Pretendere che l’indagato sia – non solo considerato – ma trattato da innocente (ché tale è) altro non è che pretendere che sia data attuazione al principio costituzionale di presunzione di innocenza.
Principio di legalità e quello di certezza della pena, legati tra loro, sono i principi cardine posti a base dell’ordinamento liberale. Principi che non ammettono eccezioni, che non tollerano ammorbidimenti, nemmeno quando tanto rigore dovesse risolversi in un ipotetico vantaggio verso chi si considera (o si pretende) colpevole.
Ciò che sembra una banalità (poiché è del tutto evidente che proclamandosi legalitari nessuno avrebbe l’ardire di dirsi illegalitario!), può risultare meno scontato prendendo ad esempio casi come quello dell’indulto recentemente approvato dal parlamento nonostante le ferma avversione delle ali giustizialiste di entrambi gli schieramenti
Ebbene, se in un’ottica giustizialista l’indulto non ha da essere, al giudizio opposto deve giungere chi crede, come  il legalitario, per l’appunto, che  il principio costituzionale che prevede il diritto del detenuto alla rieducazione non debba patire eccezioni.
Che i detenuti italiani vivano in uno stato di illegalità permanente – costretti a condizioni di detenzione non conformi alle previsioni della legge in termini di affollamento, condizioni igieniche e sanitarie ecc. ecc. – è un dato di fatto.
Tollerare il protrarsi di questa situazione, tanto per fare  un esempio, vuol dire, semplicemente, collocarsi al di fuori della legge: condizione che il ‘legalitario’, a differenza del giustizialista,  non può accettare.
Tolleranza zero, dunque: ma non in nome di un cinico e bieco rigorismo ma, più semplicemente, nel nome della legge: di quella legge che ‘certa’ deve essere per realizzare in concreto il cardine principale dello stato liberale di diritto.
Su queste basi potrà misurarsi il confronto tra maggioranza e opposizione parlamentare, con l’auspicabile stipula di un inedito “Patto per la Legalità” a cui tanto le forze di maggioranza quanto quelle di opposizione dovrebbero informare l’iniziativa e l’attività politica e amministrativa degli anni a venire per realizzare quel paese che  non sarà forse “normale” come negli auspici di alcuni ma certamente “legale” come nelle aspettative di tanti altri.


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