Governo: Della Vedova, Meno tasse e più libertà economica: questa la ricetta per la crescita

L’intervento di Benedetto Della Vedova nel dibattito sulla fiducia al Governo Berlusconi
Quest’oggi, intervenendo alla Camera nel dibattito sulla fiducia al Governo, Benedetto Della Vedova, Presidente dei Riformatori Liberali e deputato del Pdl ha salutato nelle parole del premier il riferimento “ai grandi temi del liberalismo e del conservatorismo occidentale”. Nel denunciare “il ridotto dinamismo della crescita economica, le sue ricadute in termini di mobilità sociale e il conseguente ripiegamento civile”, Della Vedova ha così interpretato il successo del Pdl anche in settori tradizionalmente vicini alla sinistra, come quello dei lavoratori dipendenti: “Non dobbiamo pensare che abbiano votato ‘a destra’ per avere le stesse politiche paternalistiche e stataliste ‘della sinistra’.

Penso invece che ci abbiano votato perché ritengono che è innanzitutto nel loro interesse una politica che attraverso la riduzione della burocrazia e una riduzione delle imposte sulle imprese, oltrechè sul loro reddito e sui loro risparmi, produca più crescita, più occupazione e più salario.” Della Vedova ha concluso invitando il governo ad impegnarsi su di un ambizioso dossier di liberalizzazioni “senza furori verso le categorie, ma senza sconti politici, ormai troppo costosi per il paese. Pubblico impiego, servizi pubblici locali, energia, professioni, sanità, welfare, scuola, ricerca: ciascuno di questi settori può giovarsi di iniezioni di merito e di mercato. Accanto alla riduzione della pressione fiscale, queste sono risposte e ‘speranze’ efficaci alla giustificata ‘paura’: perché ne affrontano le cause reali”.

Roma, 13 maggio 2008

L’intervento completo

Signor Presidente, onorevoli colleghi,

inizia una nuova fase della storia politica italiana. Due grandi partiti (a vocazione maggioritaria, all’americana, post-ideologici), con poche e coerenti alleanze, si sono presentati agli elettori con l’ambizione di rappresentare l’universalità dei loro bisogni e delle loro aspettative. Gli elettori hanno premiato la nuova offerta politica, chiedendo a queste forze di porre fine alla deriva politico-istituzionale del “sistema Italia” e, ad una di queste – quella che meglio ha saputo interpretarne le esigenze – di dar vita ad un governo forte che ricevesse la fiducia di un parlamento “efficace”. Il Parlamento della XVI Legislatura può finalmente esercitare in pieno il ruolo delle assemblee legislative nelle grandi democrazie occidentali: la traduzione di buone idee in buone leggi e il controllo dell’azione del governo, senza sottrarre né contendere ad esso il diritto di esercitare, fino in fondo, il potere di direzione politica.

Bene ha fatto, signor Presidente del Consiglio, a sottolineare la straordinarietà e la positività di quanto accaduto con il voto e a sottolineare la responsabilità che tutti insieme abbiamo nell’operare perché questa “autoriforma” del sistema politico non venga cancellata da un’inerzia che ci riporterebbe nelle sabbie mobili politiche da cui con uno straordinario scatto di reni, tutti insieme, siamo usciti.

Questo, anche questo, ci hanno chiesto gli elettori.

Oggi, e non avevo dubbi, ho ritrovato nel suo discorso quel Silvio Berlusconi che ha sdoganato in Italia e portato al centro del dibattito quotidiano i grandi temi del liberalismo e del conservatorismo occidentale: la critica all’eccessiva spesa pubblica, la riduzione delle tasse, l’affermazione di un ruolo autorevole dell’Italia – europea ed atlantica – nello scacchiere internazionale, il federalismo, l’imprenditorialità e la proprietà privata come valore pubblico da tutelare e promuovere, l’incontro – in un unico grande aggregatore politico – dei valori cristiani e dei principi laici, la piena cittadinanza e riconoscibilità delle diverse “polarità” ideali e valoriali sui grandi temi che interessano la vita degli individui e le loro scelte etiche.

Con la straordinaria affermazione elettorale, il PDL e Lei che con tanta decisione ne ha voluto la costituzione, Presidente Berlusconi, hanno dimostrato di interpretare la realtà e i desiderata dell’opinione pubblica. Quanti considerano “sbagliata” la domanda di protezione e, in un certo senso, di “più Stato”, che una fetta cospicua dell’elettorato ha espresso il 13 e 14 aprile, cadono in quella stramba tentazione di volere “cambiare gli elettori”, nell’incapacità di cambiare o aggiornare la politica.

Una domanda politica, tanto più se così diffusa, non è giusta o sbagliata: semplicemente esiste e con essa bisogna confrontarsi.
Sapendo – e questa è la grande responsabilità che si assume il suo governo – che una “domanda” non è, di per sé, una “risposta” o una “soluzione”: vinta la sfida del voto, bisogna vincere la prova del governo.

Una politica “di governo” va costruita sull’interpretazione dei bisogni reali dei cittadini e non cavalcandone gli umori; come è accaduto alla sinistra – ad esempio – quando, a seguito dell’approvazione della legge Biagi, si è dichiarata una guerra ideologica al precariato di massa (che in Italia non esisteva e non esiste) anziché affrontare la questione dei bassi salari (che invece negli ultimi 15 anni è divenuta una vera emergenza sociale).

Un’azione di governo è efficace se sa compiere scelte pragmatiche sulla base di un’analisi della realtà. E dall’analisi si evince ormai da anni che i problemi economici dell’Italia hanno essenzialmente a che fare con i bassi tassi di crescita, di produttività e di occupazione; hanno a che fare con il ridotto dinamismo della crescita economica, le sue ricadute in termini di mobilità sociale e il conseguente ripiegamento civile. La crescita, sono d’accordo con lei, “è il metro di misura del progresso civile di una nazione”.

L’andamento dell’economia, d’altronde, incide da sempre sulla domanda degli elettori: più cresce l’economia più la domanda di intervento pubblico lascia il campo alla richiesta di “disimpegno” pubblico e di autonomia degli individui, nelle decisioni imprenditoriali, nelle attività professionali e nelle scelte previdenziali e di welfare. In un certo senso, il pendolo dei sentimenti dell’opinione pubblica oscilla storicamente tra protezione e libertà, ma la politica non può permettersi di offrire soluzioni altalenanti e, in una fase di crisi, consolatorie.

E’ stato osservato da tutti gli analisti che una fetta consistente di operai ed impiegati, più che in passato, questa volta ha votato per noi, per Lei. Non dobbiamo pensare che abbiano votato “a destra” per avere le stesse politiche paternalistiche e stataliste “della sinistra”. Penso invece che ci abbiano votato perché ritengono che è innanzitutto nel loro interesse una politica che attraverso la riduzione della burocrazia e una riduzione delle imposte sulle imprese, oltreché sul loro reddito e sui loro risparmi, produca più crescita, più occupazione e più salario.

Bisogna fermare la spirale negativa, invertire la tendenza dell’economia italiana. Giulio Tremonti suole ripetere che i governi possono fare poco per l’economia, ma possono fare molto contro di essa: meglio allora che si compia l’unica scelta possibile, quella di chiedere meno – in termini di regolazione, di tasse, di burocrazia – agli individui e alle imprese. La soluzione a molte delle questioni aperte del paese si chiama – continua da anni a chiamarsi – libertà economica, apertura dei mercati, riduzione delle regole e della burocrazia, innovazione.

Siamo immersi, con il resto d’Europa, in un contesto globale nuovo e ricco anche di nuove e a volte impreviste difficoltà. Ma non dobbiamo dimenticare che noi paghiamo prima di tutto lo scotto dei ritardi e delle minori performance rispetto alle economie dei principali paesi in tutto simili a noi come la Germania, la Francia, la Spagna e la Gran Bretagna. Anche loro vivono nella globalizzazione, subiscono l’aumento del costo del petrolio, adottano l’euro e hanno elevati standard di protezione sociale: eppure crescono più di noi, hanno più occupati e salari netti più alti.
Ridurre in cinque anni il divario con questi paesi è possibile: dipende solo da noi.

Per questo occorrono infrastrutture adeguate, una giustizia che funzioni, una pubblicazione amministrazione che non sia un peso ma una risorsa per l’economia, un rilancio della produzione energetica che riapra all’opzione nucleare e che unisca qualità dell’ambiente e sviluppo.

Ma occorre anche non dico continuare, ma finalmente avviare le liberalizzazioni, in una logica di sistema e non vendicativa. Senza furori verso le categorie, ma senza sconti politici, ormai troppo costosi per il paese. Pubblico impiego, servizi pubblici locali, energia, professioni, sanità, welfare, scuola, ricerca: ciascuno di questi settori può giovarsi di iniezioni di merito e di mercato. Ciascuno di questi settori può e deve ragionevolmente divenire un capitolo del dossier-liberalizzazioni del nuovo governo.
Accanto alla riduzione della pressione fiscale, queste sono risposte e “speranze” efficaci alla giustificata “paura”: perché ne affrontano le cause reali.

Il confronto nelle gradi democrazie è sempre più tra innovazione e conservazione: il governo che sa scegliere la prima rinunciando alle “rendite” permesse dalla seconda, sposterà verso l’alto l’asticella della crescita e del benessere.

Signor presidente del consiglio, in questa sfida avvincente lei troverà tutta la sua maggioranza parlamentare lealmente e operosamente vicina. Pronta a sostenere il suo lavoro e a svolgere, se e quando servirà, un ruolo positivo di richiamo e di pungolo.

Grazie


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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