Ecco le condizioni di Hu Jintao al Dalai Lama

Di Federico Rampini da Estremo occidente

Il Dalai Lama deve portarsi garante che non accadranno più rivolte né disordini in Tibet, e assicurare che nessuna protesta turberà le Olimpiadi di Pechino. E’ la precondizione posta dalla Cina perché il dialogo con gli inviati tibetani possa andare avanti. Un diktat pesante, che mette il Dalai Lama in una posizione difficile: non si capisce infatti quali concessioni il governo cinese offrirebbe in contropartita, ammesso che sia disposto a farne.

Stamattina si è aperto l’incontro fra rappresentanti della Repubblica Popolare e del governo tibetano in esilio, il primo contatto dopo la rivolta esplosa a Lhasa e in tutto il Tibet a metà marzo. Ma le parole che contano sono state pronunciate altrove. A Pechino è sceso in campo il numero uno del regime, Hu Jintao, capo dello Stato e segretario generale del partito comunista. Alla vigilia della sua visita ufficiale a Tokyo, parlando con la stampa giapponese Hu Jintao ha definito con insolita chiarezza gli obiettivi e i limiti del dialogo con il Dalai Lama, che la Cina ha presentato come un gesto distensivo accogliendo le ripetute richieste dei governi occidentali. Il presidente si è augurato “che questa volta i contatti daranno un esito positivo”, facendo implicitamente allusione al fatto che in precedenza molti altri incontri con i rappresentanti tibetani in esilio erano andati a vuoto (per sei volte, dal 2002 al 2007). Ma Hu Jintao ha subito aggiunto: “Quando si tratta di determinare la posizione di una persona non bisogna solo ascoltare quello che dice, occorre anche guardare ciò che fa. La nostra porta è sempre stata aperta al dialogo. Speriamo sinceramente che dal lato del Dalai Lama si dimostri nei fatti che cessano le attività separatiste, che si smette di complottare, di incitare alla violenza, di sabotare i Giochi olimpici. E’ così che si possono creare le condizioni per il prossimo ciclo di dialoghi”. Il messaggio del numero uno del regime è esplicito. Per Pechino non conta il pacifismo del Dalai Lama e la sua condanna di ogni azione violenta. Non viene riconosciuta alcuna credibilità neanche al fatto che da vent’anni il leader buddista in esilio ha rinunciato a rivendicare l’indipendenza del suo paese, e ormai chiede a Pechino soltanto delle forme di autonomia culturale che rispettino l’identità tibetana all’interno della Repubblica Popolare. Hu Jintao ha chiarito senza ombra di dubbio che giudicherà il Dalai Lama dalle azioni dei suoi seguaci, da quello che accadrà in Tibet, dall’atmosfera prima e durante i Giochi. Se dovessero ripetersi delle rivolte nei monasteri, nelle città del Tibet, o nelle enclave etniche tibetane all’interno delle regioni limitrofe, i disordini saranno la prova che il leader spirituale è inaffidabile e in malafede. Lo stesso varrà qualora dovessero verificarsi proteste o atti dimostrativi in favore del Tibet lungo il percorso della fiaccola o durante lo svolgimento dei Giochi, in programma dall’8 al 24 agosto. L’ordine deve regnare perché il dialogo possa semplicemente proseguire. In questo modo Hu Jintao cerca di cacciare il Dalai Lama in un angolo. Il leader buddista non può ragionevolmente promettere che nessun tibetano contesterà il governo cinese. Non può farlo anzitutto perché la sua influenza spirituale e politica, pur considerevole in patria anche dopo 49 anni di esilio, non si traduce tuttavia in un controllo totale: fu evidente per esempio che durante la ribellione di Lhasa il 14 e 15 marzo gruppi di giovani tibetani si scagliarono contro i cinesi di etnìa han con una violenza che non corrisponde agli insegnamenti del Dalai Lama. Inoltre il capo religioso non può offrire a Pechino la pacificazione mentre sul territorio del Tibet proseguono le operazioni repressive, gli arresti e le condanne, senza che siano ammessi neanche degli osservatori internazionali. Una promessa del genere suonerebbe come una resa incondizionata; senza dubbio verrebbe contestata anche da una parte della diaspora tibetana all’estero. A conferma del clima tutt’altro che amichevole, nel loro primo giorno di incontri con i cinesi i rappresentanti tibetani sono stati accolti da una nuova raffica di accuse sulla stampa nazionale. Il Quotidiano del Tibet ieri ha definito il Dalai Lama “un servo fedele delle forze anti-cinesi”. Tenzin Taklha, uno dei consiglieri del leader buddista, ha confermato che gli incontri andranno comunque avanti, anche domani e forse dopodomani. “Prevediamo che i nostri rappresentanti ripartano il 7 o l’8 maggio. Speriamo che i cinesi abbiano intenzioni serie e che vogliano discutere nel merito dei problemi del Tibet”. I due esponenti inviati a Shenzhen sono Lodi Gyari, esule tibetano che vive negli Stati Uniti, e Kelsang Gyaltsen, residente in Svizzera. Ad accoglierli è stata una delegazione cinese di rango medioalto, guidata da due viceministri responsabili per i rapporti con le minoranze etniche e con le religioni.


Comments are closed.