Caro Giavazzi, i liberisti del centro-destra hanno più speranze che paure

di Benedetto Della Vedova e Giampaolo Galli da il Foglio del 3 maggio 2008

In un bell’articolo sul Corriere della Sera Francesco Giavazzi riconosce che il tentativo suo e di altri economisti liberisti “di convincere la sinistra che mercato, merito e concorrenza sono gli strumenti per sbloccare l’Italia è fallito”. Aggiunge però che i nuovi interlocutori dei liberisti sono quei “protezionisti” che hanno saputo interpretare meglio della sinistra le angosce di tanti cittadini, ma sbagliano la diagnosi. Insomma, per i liberisti si annunciano tempi duri. In qualche misura, essi hanno perso le elezioni e devono prepararsi ad un’azione di lunga lena per spiegare non più solo alla classe dirigente, ma direttamente agli elettori che non vi sono valide alternative al mercato.
Noi crediamo e comunque ci auguriamo che l’analisi di Giavazzi sia almeno in parte sbagliata. Parole e fatti in politica sono spesso cose molte diverse. Stando alle parole, il governo Prodi si proponeva di liberalizzare e non accettava la logica degli aiuti di Stato. Alcune delle parole chiave che emergono adesso nel centro destra sono dazi, protezione, Stato, salvataggio di Alitalia. Per chi crede nel mercato però, i fatti del governo Prodi rappresentano un fallimento non solo perché il governo non è riuscito a portare a compimento il disegno di legge Lanzillotta sui servizi pubblici locali o perché, come dice Giavazzi, ha offerto protezione “al sindacato, anzi ai suoi leader”. Ci sono anche decine e decine di provvedimenti che sono andati in porto e che avevano un’impostazione dirigista e comunque antitetica rispetto alla logica del mercato. Alcuni di questi sono stati oggetto di puntuali critiche da parte dello stesso Giavazzi.
Al di là dei casi singoli, il governo Prodi ha alimentato l’illusione che, in nome del mercato e dell’interesse dei consumatori, si dovesse accrescere il potere di intervento del governo, per ristabilire un “giusto” equilibrio fra le parti. A parte rare eccezioni, le stesse “lenzuolate” di Bersani non sono state affatto orientate all’abolizione delle restrizioni alla concorrenza e dei vincoli rispetto all’attività di impresa. Sono, al contrario, consistite in una discutibile attività di “pronto soccorso” legislativo per i consumatori esposti ai normali rischi del mercato. Insomma, se pure la liberalizzazione era la “parola” e forse l’intenzione, il dirigismo rimaneva la sostanza e la conseguenza di questa politica. Come per il calmiere del pane che il gran cancelliere di Milano impose durante la carestia del 1628 (“Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto? che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla”; I Promessi Sposi, cap. XII), al vantaggio immediato per il consumatore, vale a dire un minor prezzo del pane, o dei pedaggi autostradali, o l’abolizione della penale sui mutui o del costo di ricarica dei telefonini, segue un danno di medio periodo: i panificatori smettono di fare il pane, la concorrenza si riduce perché  le imprese più deboli non reggono il colpo, l’attrattività dell’Italia per gli investimenti esteri cala ulteriormente perché si percepisce che non sono tutelati i diritti di proprietà e la struttura dei prezzi diviene meno trasparente.
L’impostazione puntiva
Corollario di questa logica è l’impostazione punitiva nei confronti di alcuni settori economici, dalle banche alle compagnie aeree, dai taxi ai gestori telefonici: se l’interesse pubblico è l’interesse dei consumatori, diventa ragionevole – in quell’impostazione – punire chi nel mercato si contrappone ai consumatori, ossia le imprese. Ma non può esistere una liberalizzazione pregiudizialmente “ostile” alle imprese e al mercato. Una cosa è attaccare le rendite. Altra cosa è attaccare il reddito d’impresa.
Si pensi al provvedimento con cui si sono bloccati, salvo giustificato motivo, i margini fra tassi attivi e passivi delle banche. Come si può chiamare questa una liberalizzazione? Questo è un provvedimento che, se non sarà aggirato, farà perdere senso alla stessa parola concorrenza nel settore bancario – un passo indietro di molti anni! E che dire del più popolare di tutti i provvedimenti del governo Prodi, quello sui mutui? Estinguere il mutuo senza penali e poterlo trasferire ad altra banca senza costi – così impone l’editto – è la panacea, l’uovo di Colombo del consumatore. Peccato che l’effetto pressoché inevitabile di questo provvedimento sia quello di far aumentare il costo dei nuovi mutui, perché accresce il rischio per la banca. L’aggravante, serissima  in questo caso, è che l’aumento del costo riguarderà in misura prevalente i mutui a tasso fisso, perché se nel corso della vita del contratto i tassi d’interesse salgono il mutuatario si tiene stretto il suo mutuo, se scendono rinegozia a costo zero: il rischio per la banca si accresce e, in certe condizioni di mercato, può divenire proibitivo. Aumenteranno quindi ulteriormente i mutuatari a tasso variabile e al prossimo ciclo di rialzo dei tassi, fra cinque o dieci anni, la crisi sociale legata al caro mutui sarà ancora più seria di quanto non sia oggi. Come nella vicenda narrata dal Manzoni, il dirigismo s’attorciglia su se stesso e diviene a propria volta causa del malcontento popolare. Lo dimostra la faccenda della trasferibilità del mutuo, in assenza della quale la possibilità di estinguere il mutuo ha scarso valore per il consumatore. Nessuna banca può essere costretta ad erogare un mutuo. Se però decide di erogarlo a favore di un consumatore che si trasferisce da un’altra banca lo deve fare accollandosi le spese di istruttoria, notaio ecc. E ciò in una condizione in cui non sa se sarà in grado di rientrare nelle spese perché, vigente la norma sul divieto di penali, il nuovo prestito potrà durare vent’anni, ma anche sei mesi. Qualche banca potrà forse farsi avanti per finalità promozionali, ma pensare che questa norma possa attivare un mercato concorrenziale per il trasferimento dei mutui equivale a sfidare la forza di gravità. Il problema è che nel frattempo si sono messe in moto aspettative e speranze per decine di migliaia di persone. Il pasticcio è inestricabile e pernicioso.
Nel programma del PDL si legge: “riduzione del costo dei mutui, rendendone conveniente la ristrutturazione da parte delle banche”. Non ce ne voglia Giulio Tremonti, ma al confronto con l’eredità del governo precedente, questo ci sembra sano e pragmatico “mercatismo”. A meno che non prevalgano logiche punitive che pure sono state ventilate, fra gli applausi di rito, in qualche trasmissione elettorale.
Un suggerimento, riflettere su Prodi
Ci permettiamo di suggerire a Francesco Giavazzi di riflettere analiticamente sull’esperienza del governo Prodi. Forse scoprirà ciò che a noi oggi appare evidente. Un approccio “market friendly” potrà forse emergere, in futuro, nel PD di Veltroni, se reggerà alla bufera del momento. Per ora è più congeniale all’attuale compagine di governo, malgrado essa parli di dazi e di salvataggio di Alitalia, che non al precedente esecutivo, che pure parlava molto di liberalizzazioni e concorrenza.
I liberisti non hanno nessun motivo di arretrare, non hanno perso le elezioni, hanno un interlocutore che ha fatto della libertà economica la propria ragion d’essere in politica. Insomma occorre non tanto continuare, ma finalmente avviare le liberalizzazioni, in una logica di sistema e non vendicativa. Senza furori verso le categorie, ma senza sconti politici, troppo costosi per il paese. Pubblico impiego, servizi pubblici locali, alcune professioni, sanità, welfare, scuola, ricerca, giustizia: ciascuno di questi settori può giovarsi di iniezioni di merito e di mercato. Ciascuno di questi settori può e deve ragionevolmente divenire un capitolo del dossier-liberalizzazioni del nuovo governo. Anche e sopratutto queste, accanto alla riduzione della pressione fiscale, sono risposte efficaci alla “paura”, perché ne affrontano una causa reale: la scarsa libertà economica appunto, che è alla radice della bassa crescita, del basso tasso di occupazione e dei bassi salari.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

Comments are closed.