Liberismo di lotta e tremontismo di governo

Non basta la predicazione liberista di Giavazzi

di Carmelo Palma, da L’Opinione del 1 maggio 2008

Se avesse ragione Francesco Giavazzi? Nel suo lungo pezzo “Il liberismo e la speranza” (Corriere della Sera del 30 aprile) l’economista bocconiano propone che, dopo l’esito delle urne, i liberisti prendano atto del rovescio elettorale, assolvendo con responsabilità ed impegno ad un’opera di pedagogia politica: di fronte alle sirene del protezionismo e dell’opposizione al mercato e alle regole della concorrenza, ai liberisti tocca spiegare gli effetti e le conseguenze di questa politica ad una opinione pubblica inquieta ed incline alle false persuasioni. Peraltro, come è evidente, la “questione liberista” non attiene solo all’agenda e agli equilibri dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare. E’ una questione, per così dire, di sistema, che investe, in modo problematico, l’organizzazione e i contenuti politici di entrambi i partiti, attorno a cui si articola l’inedito bipartitismo italiano.
La diagnosi di Giavazzi (i liberisti hanno perso le elezioni) è esatta. La terapia rischia di essere astratta e quindi inefficace. E’ certo vero che la competizione elettorale ha fotografato nelle dinamiche di voto la realtà profonda di un paese storicamente refrattario alla cultura del mercato e sempre disponibile ad avventure politiche (anche rovinose), che presentino confortevoli alternative alla “normalità liberale”. Però è altrettanto vero che nel mercato elettorale (come in tutti i mercati) esiste una domanda, ma esiste anche e soprattutto un problema di offerta. Non è solo il gusto consolidato del consumatore politico a sancire il successo di un prodotto elettorale. E’ su questo piano –   quello dell’offerta politica –   che la sconfitta liberista è stata netta e rovinosa: più all’interno del centro-destra, che del liberismo si era fatto storicamente alfiere, che all’interno del centro-sinistra veltroniano, che con la nascita del Pd ha visto, almeno, i liberisti uscire allo scoperto.
Ora, è indubbio che, all’interno dello schieramento berlusconiano, i fautori di una proposta liberale sui temi economico-sociali non sono stati in grado di fornire alla paura del paese una speranza diversa da quella che la coppia Bossi-Tremonti ha impacchettato, per lenire e neutralizzare il senso di smarrimento degli italiani. Nella costruzione ideologica del Pdl il punto di equilibrio è costituito da un robusto conservatorismo sociale, che soddisfa esigenze (simboliche) di coesione e sicurezza, sacrificando un’analisi della realtà italiana che aveva portato, per quasi un decennio, il centro-destra su posizioni assai più allineate al tradizionale paradigma liberale. Di più: la polemica anti-mercatista e anti-globalista, se pure è servita (in positivo) a richiamare il liberalismo alla sfida della realtà e alla concreta responsabilità del governo, nei fatti ha politicamente interdetto parole d’ordine (quelle all’insegna del mercato, della concorrenza, del merito e del privato) che avevano storicamente connotato la proposta politica berlusconiana. Perfino Fini, che è quello che meno ha da guadagnare da forme di “continuismo” conservatore, ha sentito la necessità di tirare un calcio negli stinchi al “vetero-liberismo” (sic) nel suo discorso di insediamento da Presidente della Camera. Questa è l’aria che tira.
Dunque, se esiste (anche) un problema di offerta, più che predicare il verbo liberista ad un popolo che se ne mostra diffidente, occorre forse innescare una qualche forma di concorrenza liberista dentro quel mercato che cucina, a beneficio degli elettori, le pietanze politiche che questi, con più o meno soddisfazione, scelgono di consumare. Non guasterebbe un po’ di liberismo di lotta, accanto al “tremontismo” di governo. Giavazzi fa benissimo a menare le danze dalle colonne del Corriere. Ma, forse, i liberisti devono iniziare a menare (metaforicamente) le mani all’interno del Pdl.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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