“I demoni di San Pietroburgo” di Giuliano Montaldo: Dostoevskij, il parricidio e il terrorismo

Di Gianfranco Cercone

Esiste una difficoltà per così dire “strutturale”, a fare di un artista il protagonista di un film.
Come è ovvio, ciò che fa di un artista un artista è la capacità di creare opere d’arte.
Vale a dire: ciò che di più essenziale, e di lussureggiante, c’è nella sua vita, spesso povera di fatti esteriori, risiede nella sua immaginazione.

Ma la creazione artistica, sebbene sia anche un atto fisico (dare pennellate su un quadro, vergare fogli bianchi, ecc.), si svolge, per la parte più rilevante, nel cervello dell’artista; laddove la macchina da presa difficilmente può arrivare.

Ma le difficoltà esistono per essere superate; e si può contare un discreto numero di film (molti di meno, in verità, di quelli che si sono cimentati nell’impresa) che sono riusciti con buon esito a raccontare la vita e la personalità di un artista.

Fra questi, includerei senz’altro l’ultimo film di Giuliano Montaldo, “I demoni di San Pietroburgo”, dedicato a quel genio della narrativa dell’Ottocento che è stato Fjodor Dostoevskij.

Il modo in cui Montaldo ha affrontato e risolto la difficoltà suesposta, è originale e intelligente.

Chi conosce anche superficialmente l’opera di Dostoevskij sa che tra i fantasmi di cui si è nutrita la sua immaginazione, quello che forse, per forza ossessiva, si è imposto su tutti gli altri, è il parricidio. Ora, se il parricidio è un desiderio tutto privato, che appartiene alla storia familiare dello scrittore, trovò, ai suoi tempi, una specie di gigantesca proiezione storica, in un fantasma collettivo: l’uccisione dello zar. Uccisione praticamente perseguita da gruppi terroristici, composti da intellettuali e studenti squattrinati; ma anche da membri conniventi dell’aristocrazia.

Montaldo, seguendo il suo protagonista nel cuore della macchinazione di un attentato contro lo zar, ha buon gioco a mostrarci un Dostoevskij che si muove in una realtà esterna che sempre più assomiglia al regno della sua immaginazione, come un’allucinazione che via via prenda corpo. In quella realtà, lo scrittore si affanna, ambiguamente, a scongiurare un attentato, che gli appare mostruosamente colpevole, ma che non può impedirsi di desiderare.

Così, in un colpo solo, Montaldo può raccontarci un’azione realistica, da film storico e poliziesco; e mettere a nudo il mondo interiore di uno scrittore.

Ma forse ciò che più ci convince nella resa del suo protagonista, è il carattere della sua solitudine; che, da quanto vediamo, lo insegue fin dalla gioventù, anche nel camerone sovraffollato dove sconta la prigionia in Siberia. Una solitudine che è forse una condanna; ma anche il segno di quel distacco necessario dalla realtà, che ha reso possibile descriverla e raccontarla.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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