La vera eredità di Prodi e Tps è fatta di conti pubblici fallati

di Piercamillo Falasca, da L’Occidentale di martedì 29 aprile

Parola di Romano Prodi: "I conti che lascio sono ottimi, abbiamo risanato il bilancio dello Stato. Questo sarà ricordato dalla storia. I tempi sono duri perché abbiamo punti interrogativi sulla congiuntura internazionale. Non sappiamo ancora se sia crisi o recessione dura". Al di là dei toni trionfali (la storia registra altre cose, non certo i dati sul deficit pubblico), a sentire il premier uscente il prossimo governo Berlusconi troverebbe in eredità un paese in difficoltà economica, a causa di variabili internazionali non governabili, ma con il bilancio pubblico risanato. Evidente la prima cosa, falsa la seconda. Vediamo perché.

La “vulgata” degli ultimi due anni, ribadita in questa campagna elettorale, narra che il centrodestra avrebbe lasciato le finanze pubbliche allo sbando e che Prodi, con Visco e Padoa Schioppa, le abbia risanate. I sostenitori di questa versione dei fatti argomentano la cosa con numeri (per loro) incontrovertibili: il rapporto deficit-Pil passato dal 4,1 per cento del 2006 all’1,9 per cento del 2007, con l’obiettivo per il 2008 fissato dalla Finanziaria al 2,2; il debito pubblico del 2007 pari al 104 per cento del prodotto  interno, in calo rispetto al 106,5 dell’anno precedente. Se l’economia fosse pura ragioneria non ci sarebbe discussione. Ma non è così.

Nel 2006 il valore effettivo del deficit era del 2,4 per cento del Pil, si arrivò al 4,1 perché il governo decise di “caricare” contabilmente su quell’anno i costi della sentenza della Corte Ue sull’IVA relativa alle auto aziendali, per “scaricare” solo sul governo Berlusconi (autore della Finanziaria per il 2006) le responsabilità dello sforamento dei parametri di Maastricht.

Il “risanamento” è avvenuto, di fatto, solo sul fronte delle entrate. La pressione fiscale ha raggiunto il 43,3 per cento del Pil, il dato più alto degli ultimi dieci anni. Tra maggiori tasse, tesoretti inattesi (o, come da sempre sostiene Mario Baldassari, volutamente nascosti) e crescita economica più sostenuta, le entrate del 2007 sono aumentate di quasi cento miliardi rispetto a due anni prima. A questo straordinario afflusso di soldi nei forzieri dello Stato ha corrisposto, però, un altrettanto eccezionale deflusso: la spesa pubblica raggiunge ormai il 50 per cento del Pil, con una crescita reale della spesa corrente – al netto degli interessi – che lavoce.info ha stimato pari all’1,3 per cento, valore cui va aggiunto lo “slittamento” sul 2008 di alcune voci di spesa.

Come se non bastasse, all’obiettivo del 2,2 per cento per il rapporto deficit-Pil del 2008 il Governo è arrivato non tagliando la spesa, ma aumentandola: per la prima volta da tempo immemore, la Finanziaria ha peggiorato il dato tendenziale. Se non si fosse fatta la manovra, per intenderci, il deficit si sarebbe ridotto all’1,8 per cento, anziché crescere di quattro decimali.

Al di là di scaricamenti, tesoretti e slittamenti (che pongono purtroppo una pesante ombra sullo “stile” della gestione di TPS), il governo Prodi ha attuato in questi anni il più classico dei modelli “tax and spend”.

Di quella timida ripresa economica del biennio 2006-2007, ragione principale degli extra-gettiti, il governo non ha saputo beneficiare: le maggiori entrate hanno finanziato i mille rivoli della maggiore spesa, anziché accompagnare – magari con una salutare riduzione delle imposte – un consolidamento della crescita.

Oggi che le vacche sono magre – per la crisi dei subprime, il prezzo del petrolio e dei beni alimentari – i mercati finanziari hanno espresso, meglio di qualsiasi commentatore, il più pesante giudizio sulla politica economica di Prodi: l’aumento del differenziale tra titoli di stato italiani e bund tedeschi a livelli pre-euro. E’ questa la vera notizia sul debito, non la riduzione sperimentata nel 2007.

Con una stima della crescita per quest’anno ormai prossima allo zero, quel deficit al 2,2 per cento fissato in Finanziaria è sempre più lontano, mentre si avvicina minaccioso il limite del 3 per cento: quanto avrebbe fatto comodo “restare” sul tendenziale all’1,8?

Ha ragione Prodi a dire che ci aspettano tempi duri, stante l’attuale situazione internazionale. L’inflazione al 3,3%, ad esempio, è un dato allarmante. L’ex Presidente del Consiglio ci direbbe che il carovita è un problema europeo, determinato da fattori internazionali non imputabili alla politica economica italiana. Peccato che gli altri paesi europei, che pure con noi condividono l’aumento dei prezzi, continuino a crescere più dell’Italia, almeno un punto percentuale in più.

L’inflazione è un dato europeo, è vero, ma la crescita zero resta un problema solo italiano: questa è la condanna definitiva del governo di centrosinistra. Insomma, nei numeri di finanza pubblica (e nel giudizio dei mercati), si legge tutta l’eredità di Prodi.


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