La zona di Rodrigo Plà: un’allegoria sulle disuguaglianze di classe

Di Gianfranco Cercone

C’è qualcosa in comune tra l’ultimo film di Paolo Virzì, “Tutta la vita davanti”, e l’opera prima del messicano Rodrigo Plà, vincitrice del Leoncino d’Oro al festival di Venezia e distribuita in Italia da Nanni Moretti.
Tutti e due i film – il primo, con i toni della commedia satirica; il secondo, con quelli del dramma – descrivono una situazione per metà reale, per metà fantastica. Nel film di Virzì, si trattava di un call center improntato alla spettacolarità e alla falsa euforia di un varietà televisivo; nel film di Plà si racconta di un quartiere residenziale per gente agiata, protetto da un altissimo filo spinato dalla miserrima periferia circostante, e dotato di un corpo di polizia autonomo, che si arroga la licenza di uccidere i ladruncoli che riescano a penetrare nella cittadella.
Due situazioni molto diverse, si potrà obiettare. Ma ciò che le accomuna, a mio parere, è un’inventiva tesa interamente a comunicare un messaggio politico. Virzì voleva manifestamente condannare lo sfruttamento sotteso al lavoro precario, mascherato dal clima troppo festoso; Plà condanna le disparità tra ricchi e poveri nelle metropoli.
Nel film di Plà (come, per altri versi, nel film di Virzì) il messaggio poi si complica, quando il racconto arriva a dimostrare che se le prime vittime della disuguaglianza sono, ovviamente, i più poveri; anche i ricchi – confinati nel loro quartiere, terrorizzati da fruscii notturni o da cali di luce elettrica, resi ottusamente feroci dalla difesa dei propri privilegi –  sono alla fine prigionieri del loro status sociale.
Indubbiamente, tanto il film di Virzì quanto il film di Plà, additano, dal loro punto di vista, problemi  reali. Ciò che tuttavia manca a tutti e due – e soprattutto al film di Plà – è il piacere disinteressato di raccontare; il respiro lasciato a personaggi e situazioni, quando non siano subito ricondotti a un giudizio morale o a una tesi da dimostrare.
Nella “Zona” viene schizzata una tipologia di ricchi basata sul principio: il privilegio come colpa quasi irredimibile. A fronte dell’esecuzione sommaria di un gruppo di ladri, ad opera delle guardie che custodiscono il quartiere, con il consenso della maggioranza dei residenti, c’è l’inquilino pavido di fronte agli altri condomini; c’è il tormentato; c’è il difensore della legalità, che però si lascia mettere a tacere. C’è anche un ragazzo dal cuore più tenero, che protegge uno dei ladri, scampato alla strage ma intrappolato nel quartiere. Alla fine, però, nessuno riesce a scongiurare il linciaggio collettivo di quest’ultimo.
Nei limiti che ho cercato di evidenziare, il film di Plà è tutt’altro che privo di meriti. Tutti i personaggi sono rozzamente ma efficacemente tracciati. Certe immagini – l’assemblea condominiale, disposta come una specie di tribunale, intorno ai tavoli illuminati nell’ampio vano buio di una palestra – hanno una visionaria e sinistra espressività.
Tuttavia, sfuggono inesorabilmente al film le ambiguità e le sfumature della realtà.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

Comments are closed.