“Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì: il mondo del lavoro precario raccontato da un moralista

Di Gianfranco Cercone

C’è una notevole invenzione al centro dell’ultimo film di Virzì: un call center organizzato come uno studio televisivo; dove la giornata di lavoro comincia cantando e ballando, mentre la coordinatrice al microfono esorta le telefoniste: “Questo è un lavoro speciale, e voi siete persone speciali!”.
Lo scopo è ovviamente infondere quell’entusiasmo che potrà rendere più brillanti e proficui i contatti telefonici; e insieme camuffare una realtà sgradevole: le telefoniste sono mal pagate; sono sottoposte a un’incessante competizione; e chi non rende viene sbattuto fuori su due piedi.
Non ho idea se un posto del genere esista nella realtà (con questi precisi connotati, voglio dire). Se esistesse, credo che difficilmente chi ci lavora si farebbe contagiare dall’entusiasmo, come alcuni personaggi del film: salvo fingerlo, pateticamente, per farsi benvolere dal datore di lavoro.
Ma il film di Virzì non vuole essere realistico. Appartiene al campo della satira, del pamphlet, dove personaggi e situazioni non ammettono troppi chiaroscuri.
E il bersaglio della satira è un mercato del lavoro dove in nome della produttività si sacrificano i diritti primari dei lavoratori; e costoro si rassegnano, colpevolmente, a farsi sfruttare.
Virzì guarda al mondo che racconta con lo spirito del moralista. La storia principale di “Tutta la vita davanti”  è di corruzione e di redenzione. Una ragazza brillantemente laureata in filosofia, non trovando altri sbocchi lavorativi, si arruola nel call center, ed essendo intelligente e dotata di spirito di iniziativa, riesce presto a spiccare tra le colleghe. In un primo tempo, se ne rallegra; ma poi, non potendo ignorare le zone d’ombra dell’impresa per cui lavora, si ricrede, e denuncia il caso a un giovane e battagliero sindacalista della CGIL.
L’imprenditore, d’altra parte, è un uomo reso arido e volgare dalla ricchezza (ma in una telefonata alla figlia bambina, si commuove, ricordando un passato forse economicamente meno agiato, ma moralmente più limpido).
Intendiamoci: Virzì è un abile narratore; la sua indignazione suona sincera; Sabrina Ferilli ed Elio Germano offrono due ottime caratterizzazioni; Isabella Ragonese, nel ruolo della protagonista, rende con tutte le giuste sfumature un personaggio “medio”, che vuole essere rappresentativo di una categoria di giovani. E il film, nel complesso, diverte ed emoziona.
Tuttavia, una perplessità mi resta: una commedia di denuncia non può che essere ingabbiata in un impianto così ideologico? Non c’è proprio posto per quelle ambiguità del reale, irriducibili a un discorso schematicamente politico, nelle quali può trasparire la poesia? O per quelle contraddizioni, per quelle “sospensioni del giudizio”, che alcuni commentatori ritrovano anche nel teatro politico di Brecht?


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

Comments are closed.