“Juno” di Jason Reitman: un film a favore delle nuove forme di famiglia?

Di Gianfranco Cercone

Da ogni favola ci si può sforzare di trarre una morale. Anche se l’autore può averla raccontata solo per il piacere di raccontarla, senza la volontà di trasmettere un preciso insegnamento. Così, la pretesa dell’ascoltatore di trarne comunque una morale, può forzare il racconto, obbligarlo a esprimere un messaggio univoco, quando potrebbe suggerirne tanti altri, anche in contraddizione con quello.

In questo inconveniente mi pare che sia incorso Giuliano Ferrara, quando ha strumentalizzato – sia pure con finezza – il film “Juno”, a sostegno delle sue tesi antiabortiste.

Il film racconta le vicissitudini di una ragazza di quindici anni, che resta inaspettatamente incinta dopo un rapporto sessuale con un coetaneo. E’ vero che dopo aver manifestato il proposito di abortire ci ripensa, anche sfavorevolmente impressionata dal modo freddo e un po’ ruvido con cui viene accolta da un’associazione di solidarietà alle donne.

E, rispondendo all’annuncio su un giornale, preferisce affidare il nascituro a una coppia sterile – due coniugi giovani, agiati, belli e simpatici – che, a prima vista, le sembra possano garantire a suo figlio una crescita serena. (Aiutata evidentemente da leggi che non rendono molto complicata l’adozione).

Ora: si può dire che l’autore avrebbe biasimato la prima soluzione?

Non mi pare; come non mi pare che egli si preoccupi di giudicare la protagonista. Sa che ciò che conta in ogni buon racconto è che il comportamento del personaggio risulti convincente e vivo, piuttosto che conforme a un principio morale o a una tesi politica.

Ciò che particolarmente persuade nella ragazza è la compresenza di spavalderia da un lato (linguaggio e humour sboccato, una determinazione ostentata), e di fragilità e di ingenuità dall’altro.

La coppia ideale a cui vorrebbe affidare il figlio, non è forse una bella favola rassicurante, a cui un’adolescente vorrebbe tanto credere? E quando la ragazza si accorge che il marito di quella coppia vorrebbe sedurla e forse trasferirsi a vivere con lei, non si ha l’impressione di un sogno che cada in frantumi, riportandoci a una realtà difficile, che non offre appigli sicuri, dove si può contare soltanto su se stessi, sulla propria forza di volontà e sul proprio senso pratico?

Intendiamoci: il mondo in cui si muove Juno, a partire dalla sua famiglia, non è affatto ostile. Ma la ragazza si trova comunque ad affrontare un problema più grave della sua età; in ultima analisi, da sola. (Gli uomini, a partire dal suo boyfriend, risultano negativamente latitanti).

Va detto, che l’esito del suo percorso con asseconda gli auspici più tradizionalisti: il bambino viene affidato a una donna sola (dopo che, en passant, la ragazza aveva pensato di darlo anche a una coppia di lesbiche).

Ecco allora un altro possibile messaggio: “Juno” è un film a favore delle nuove forme di famiglia.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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