Inizia il post-berlusconismo. L’era senza spazio per i liberali.

A rischio l’identità antistatalista, anche nel Pdl

di Carmelo Palma, da L’Opinione del 19 marzo 2008

Il 14 aprile si aprirà anche nel centro-destra la stagione del post-berlusconismo, che a sinistra ha avuto avvio con la nascita del Pd e la rottamazione di Prodi e del frontismo unionista. La presumibile vittoria elettorale consentirà a Berlusconi di chiudere con un successo il lungo ciclo politico apertosi con la sua discesa in campo, non di fermare il “tempo politico” del paese.
Di fronte a questo scenario, la mia impressione è che al “dopo Berlusconi” (che sarà, nel giro di pochi anni, “senza Berlusconi”) il centro-destra arrivi impreparato, con uno sconcertante ritardo e con poche (e non originalissime) idee su cosa debba essere il nuovo partito, su cosa debba fondare la sua identità politica e culturale e su quale progetto di modernizzazione debba qualificare la sua azione di governo.
A queste tre questioni, il Berlusconi del ’94 aveva risposto in modo semplice, comprensibile e, per moltissimi aspetti, innovativo.
Punto primo: il partito sono io e quelli a cui concedo, in via delegata, la gestione e la rappresentanza della mia leadership. Dunque, vi è una totale coincidenza di leadership, potere interno e responsabilità di governo (o di opposizione).
Punto secondo: la cultura politica è quella lato sensu liberale che, dal 48 ad oggi, ha permesso al nostro paese di consolidare le istituzioni democratiche, di promuovere il benessere e di fronteggiare la sfida e le pretese di egemonia culturale della sinistra ex e neo comunista. Insomma: da De Gasperi a Saragat fino a Craxi e Pannella, senza distinzioni di ruolo e di rango, sono compresi nel pantheon ideale della coalizione liberale tutti quelli che hanno fatto della resistenza anticomunista un ideale morale e una pratica civile.
Punto terzo: la modernizzazione italiana comporta innanzitutto la fine del paradigma statalista, poiché i problemi (e la stanchezza) dell’Italia dipendono dall’eccessiva intermediazione politica e amministrativa, dall’eccessiva pressione fiscale, dall’eccessivo potere delle burocrazie irresponsabili e da un eccesso di “governo” delle questioni economiche. Quindi: meno Stato, meno tasse, meno spese e meno regole.
Il berlusconismo, nei suoi aspetti storicamente essenziali, è stato in fondo la somma di questi tre caratteri: verticismo, eclettismo culturale e radicalismo programmatico. Nel complesso, vista la realtà del sistema dei partiti e della cultura politica prevalente in Italia all’inizio degli anni ‘90, una mezza e positiva rivoluzione: che non ha avuto (a dire il vero) molti esiti sul piano del governo, ma che ha profondamente aggiornato l’agenda e le parole d’ordine della politica italiana.
E adesso? Sul piano del partito, come si uscirà dall’assetto verticista non è per nulla chiaro. In qualche modo se ne dovrà uscire, perché senza una leadership come quella di Berlusconi una gestione puramente padronale e privatistica del partito sarebbe insostenibile e ne soffocherebbe la crescita e l’ambizione maggioritaria. Rimane però il fatto che mentre nel Pd su questo punto è iniziata una discussione magari sterile, ma serrata, nel Pdl non è iniziata alcuna discussione. Ad oggi – e non penso di sbagliare – la possibilità che si scelga la via del “partito americano” è decisamente inferiore a quella di una deriva “ex jugoslava” (con repubbliche interne semi-indipendenti e semi-sovrane, condizionate da chi detiene il monopolio della forza o il controllo della cassa) o “libanese” (cui porterebbe l’idea sciagurata di fare del Pdl la “DC del futuro”).
Per quanto attiene alla cultura politica, il conformismo valoriale, l’ossessione identitaria e anti-secolaristica e l’ancoraggio programmatico alla dottrina morale della Chiesa rischiano di fare del Pdl un partito di 40 anni più vecchio dell’originario partito berlusconiano. Peraltro, non capisco quale vantaggio deriverebbe, anche in termini elettorali, dall’abbandonare un eclettismo liberale solidamente ancorato all’esperienza storica della libertà occidentale, per aderire ad una sorta di revanscismo antiliberale tardo ottocentesco, traslocato di forza nel terzo millennio.
Infine, sul piano del progetto di governo, l’ideale berlusconiano della rivoluzione antistatalista ha lasciato spazio al progetto di una restaurazione del potere dello Stato contro il mercato e ad un’idea neo-organicistica della politica, che ha dalla sua un indubbio fascino, ma che si situa, senza troppi equivoci, su di una linea di resistenza antiliberale. E’ ben difficile non vedere che nel programma economico-sociale del Pdl a prevalere su qualunque suggestione liberal-liberista è una sorta di fanfanismo post-datato, con l’imprinting ideologico del primo centro-sinistra: nulla di scandaloso, ma tutto molto lontano dalla benedetta “eresia” berlusconiana.
Può ancora, come è ovvio, succedere di tutto. I giochi non sono fatti, neppure quelli elettorali. Ma a neutralizzare definitivamente il “berlusconismo” (per ciò che esso ha significato nella storia politica italiana, al di là delle intenzioni, dei limiti  e dei meriti del suo interprete) potrebbe non essere la sinistra, ma lo stesso centro-destra, sulla scia dell’ultima vittoria di Berlusconi. Un post-berlusconismo anti-berlusconiano. Un esempio da manuale di eterogenesi dei fini. Un rischio molto serio per il partito dei liberali e dei moderati.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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