60% ginecologi è obiettore, record in Basilicata e Veneto

L'immagine “http://www.ansa.it/webimages/mida/medium/10/10827d6b7e0146e8e19865b6aa664aab.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Roma, 27 feb. (Adnkronos Salute) Il 60% circa (59,5%) dei ginecologi italiani attivi in strutture che effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza è obiettore di coscienza.

Con punte del 92,6% in Basilicata e dell’80,5% del Veneto. E percentuali più basse in Calabria (39,9%) e Valle d’Aosta (20%). Questi gli ultimi dati disponibili, elaborati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) nel 2005 e poi inviati al ministero della Salute per la relazione sull’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.Altri dati, a livello nazionale, non sono disponibili. La Società italiana di ginecologia e ostetricia (la Sigo), interpellata sull’argomento, rivela di non avere alcun dato sulla presenza, tra le proprie fila, di medici obiettori "perché sono informazioni considerate sensibili. Quindi che non possono essere raccolte".Tornando allora ai dati dell’Iss, se è vero che in Basilicata più di 9 ginecologi su 10 sono obiettori, e in Veneto lo sono l’80%, percentuali elevate si riscontrano anche nelle Marche (78,4%), nel Lazio (77,7%), in Puglia (76,8%) e in Provincia di Bolzano (74,1%). Quasi in tutte le regioni italiane il numero dei ginecologi obiettori è maggiore rispetto a quello dei colleghi che effettuano gli aborti. Sotto il 50% si attestano solo, oltre a Calabria e Valle d’Aosta, i ginecologi della Provincia di Trento (44,4%), dell’Abruzzo (44,3%), della Campania e della Sicilia (44,1%), e della Sardegna (45,7%). A livello aggregato, la maggiore concentrazione di ginecologi anti-aborto si trova al Centro Italia (70,3%), seguito dal Nord (63,5%), dal Sud (52,9%) e dalle Isole (44,3%). Il Centro si rivela l’area d’Italia con il maggior numero di obiettori anche quando si chiede la propria posizione ai medici anestesisti o al personale non medico. Anche se i numeri sono nettamente più contenuti. Nell’Italia centrale, infatti, lavorano il 56,3% degli anestesisti e il 56% del personale paramedico obiettori. Gli anestesisti che esercitano l’obiezione di coscienza al Nord sono invece il 42,1%, mentre in questa parte del Paese gli obiettori non medici sono il 28,4%. Al Sud gli anestesisti che non prestano il loro servizio in caso di aborto sono il 47%, mentre in questi casi rifiuta di lavorare il 36,2% del personale non medico. Percentuali che, nelle Isole, si attestano al 43,8% nel caso degli anestesisti e del 41,1% per i paramedici. La Basilicata si conferma la Regione con il record di obiettori anche nel caso degli anestesisti (73,5%), seguita da Marche (70,7%), Molise (68,2%) e Lazio (67,6%). Il minor numero di anestesisti obiettori si concentra invece in Provincia di Trento (24,5%) e in Emilia Romagna (28,2). L’esercizio dell’obiezione di coscienza è invece più diffuso, tra il personale paramedico, in Molise (75,5%), Puglia (68%) e Provincia di Bolzano (65,2). Mentre raggiunge lo zero in Valle d’Aosta e la soglia più bassa (il 16,7%) in Emilia Romagna.

Obiezione di coscienza su aborto , come è regolata in Italia

L’obiezione di coscienza sull’interruzione volontaria di gravidanza è regolata dalla legge 194 del 1978, che ha legalizzato l’aborto, nell’articolo 9. Il suo presupposto è la legge 772 del 1972 che ha riconosciuto il diritto all’obiezione per ogni cittadino, a partire da quello per l’allora servizio militare obbligatorio, successivamente modificata. L’esercizio dell’obiezione di coscienza da parte di medici e personale sanitario, in caso di richiesta di aborto da parte di una donna, fa però riferimento alla sola legge 194. E se ne occupa anche il nuovo codice deontologico della professione medica, approvato lo scorso 2006, in un’apposito articolo dedicato all’argomento."Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie – dice l’articolo 9 della 194 – non è tenuto a prendere parte alle visite nel consultorio ed eventuale nulla osta all’aborto (articolo 5) e all’interruzione di gravidanza anche oltre i 90 giorni per pericolo di vita della donna o malformazioni del feto (articolo 7) e agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore – precisa la norma – deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dell’ospedale o della casa di cura, anche al direttore sanitario". Una volta che un medico si dichiara obiettore può però anche tornare sui suoi passi. Infatti l’articolo 9 prevede che l’obiezione possa sempre essere "revocata". Scorrendo l’articolo 9 della 194, si legge ancora che "l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento".Non solo: "Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso – precisa la norma – ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8 (modalità con cui eseguire l’aborto). La Regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale". Infine, "l’obiezione di coscienza non può essere invocata quando, data la particolarità delle circostanze, l’intervento del personale sanitario è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo. E si intende revocata, con effetto immediato, se chi l’ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l’interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge, al di fuori dei casi di cui al comma precedente". Quanto al Codice deontologico dei medici, l’articolo 43 sull’interruzione volontaria di gravidanza stabilisce che "l’obiezione di coscienza del medico si esprime nell’ambito e nei limiti della legge vigente e non lo esime dagli obblighi e dai doveri inerenti alla relazione di cura nei confronti della donna".


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