La questione della legalità in Italia: il contributo di Veltri

http://www.sardegna.italiadeivalori.it/home/blog/wp-content/uploads/2007/01/corruzione.miniatura.jpgEsiste un’ampia parte di profitti generati dalle più svariate attività illegali

Di Manuel Antonini

L’Italia è un paese criminale e illegale. Anzi, è il paese più illegale e criminale dell’Europa Occidentale. Su questo piano, non abbiamo niente a che fare con i paesi che stanno al di là delle Alpi. Ha esordito così Elio Veltri al convegno “La finanza legale, illegale e criminale nel mondo e in Italia” del 6 febbraio, all’interno del ciclo di incontri “Viaggio intorno al terzo millennio” promosso da diverse ong del milanese, tra cui Icei e Acra, presso la Fnac di via Torino, a Milano.

Dati alla mano, oltre il 40% della ricchezza nazionale non rientra nelle statistiche ufficiali del bilancio statale e nei piani del fisco. Un grande buco nero che supera la media europea, attestata al 20% del prodotto interno lordo. Questa grande voragine è quella parte di reddito che si genera da tre grandi macroaree, spesso in relazione fra loro: economia sommersa, attività mafiose e finanza illegale. Un sistema di generazione di profitti che si basa su un’ampia e pervasiva corruzione nelle amministrazioni pubbliche e private (secondo la recente pubblicazione di Transparency International siamo risaliti dal 45° al 41° posto nella classifica stilata secondo l’indice di percezione della corruzione nel settore pubblico), nel clientelismo dei conflitti di interessi che minano l’uguaglianza dei cittadini, nel labile confine istituzionale e giuridico che “non separa” le attività legali e illegali nella finanza contemporanea e, infine, nelle debolezze normative del paese, che permettono in Italia di scontare soli tre anni di carcere a imprenditori avventurieri, mentre negli Usa le sentenze relative a casi simili parlano di 25 anni per capo di imputazione.

L’acceso e partecipato intervento di Veltri ha messo a nudo molte delle questioni irrisolte e taciute in Italia e l’apparente incuranza della classe politica e dell’opinione pubblica. Insomma, la politica che parla di sé (come a dire, l’impero della meta-politica) e la solita informazione che presenta “un paese che non esiste e occulta un paese che invece c’è”. Come ad esempio il fatturato a infiniti zeri della mafia, sopra i 160 miliardi di euro e ben oltre qualsiasi bilancio in attivo della nostra multinazionale più in salute. Altro che made in Italy, dice Veltri, secondo un rapporto della commissione presieduta da John Kerry, il senatore democratico che aveva sfidato Bush alle presidenziali del 2004, il vero modello imprenditoriale esportato dall’Italia è l’organizzazione patriarcale della mafia, alle quali Yakuza, Triadi, cartelli colombiani e mafia russa (la giovane rampante della delinquenza organizzata) si sono in qualche modo ispirate.

Un sistema che in Italia ha sempre funzionato. I soldi illegali vengono riciclati attraverso l’edilizia, contribuendo a quel grande boom nei prezzi delle case, o altre attività, oppure rimessi sui mercati finanziari internazionali attraverso gli ormai noti paradisi fiscali. Un meccanismo favorito anche dalla debolezza normativa del paese. Ad esempio, la legge antiriciclaggio inefficiente e mal applicata. Così, mentre i soldi fatti al sud arrivano nelle ricche province del nord, solo tre processi sono attivi in Italia per riciclaggio di denaro. O le norme sul sequestro dei beni che non agevolano ai magistrati e alle forze dell’ordine la confisca delle proprietà in mano alle organizzazioni criminali o agli imprenditori e finanzieri d’avventura. Così, solo il 10% dei beni sequestrati alla mafia sono in seguito confiscati. Salvo poi, perché pure questo capita, che i vecchi proprietari mafiosi continuino ad abitarci.

Problemi che, spiega Veltri, sono innanzitutto politici e culturali. Problemi che, se fino ad oggi hanno permesso in qualche modo all’economia italiana di funzionare e crescere, con l’avvento dei mercati globali e con le istituzioni sopranazionali rischiano di far perdere all’Italia il treno dei migliori, treno forse già perso da un pezzo.
Se la concorrenza, infatti, è il caposaldo di un’economia capitalista, corruzione, conflitti di interesse (e non si pensi solo al caso più famoso, punta di un iceberg ben radicato nel clima culturale italiano) e cartelli riducono drasticamente la possibilità di concorrere entro regole chiare e rispettate. Non a caso, speculare alla posizione negli indici di corruzione, l’Italia si ritrova lontano dai primi posti nelle classifiche OCSE che valutano la competitività dei mercati mondiali. Mentre, dunque, si è alla ricerca di ricette più o meno liberiste per risollevare la competitività italiana, lo stato disastroso delle istituzioni che tanta parte gioca non viene nemmeno considerato, lasciando nell’arena comunitaria un paese moribondo (non ultimo il caso dei rifiuti a Napoli) e rauco di fronte alle altre potenze. Problemi, dunque, che allontanano l’Italia dall’Europa e dal mondo.

Sebbene si considera pessimista, l’intervento di Veltri, autore di molti libri sul malcostume di governo e sulla collusione mafiosa italiana, non ha il sapore amaro del disfattismo. In realtà rinnova una riflessione autentica e profonda sulla questione della legalità, una questione che non ha colore politico o appartenenza ideologica. La cultura della legalità, infatti, abita gli spazi della democrazia, la quale non potrebbe sorreggersi solo su un formale stato di diritto.
Veltri parlando di finanza ed economia invita, dunque, gli italiani a una presa di coscienza, a svestire gli abiti ormai logori del consumatore per vestire quelli di cittadini. Insomma, come diceva Thoreau, a preoccuparsi maggiormente di essere a posto con la coscienza che di portare vestiti alla moda.


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