Con Del Noce e contro Popper? La lunga e pericolosa marcia del ‘partito dei valori’

La deriva valoriale. Una sfida alla leadership berlusconiana

di Carmelo Palma, da L’Opinione del 23 febbraio 2008

C’è qualcosa di peculiare e, in fondo, di molto “berlusconiano”, nella resistenza che il leader del Popolo della Libertà sta opponendo alla “deriva valoriale” del nuovo partito dei liberali e dei moderati. Non penso tanto al rifiuto di apparentamento con la lista Aborto – No grazie di Ferrara. Penso soprattutto alla evidente idiosincrasia di Berlusconi per ogni discorso sull’identità e sui valori, quando prescinda dalle concrete ragioni del “fare” e del “governare”, che continuano a costituire il tratto distintivo della sua leadership.
Nondimeno, l’offensiva culturale e politica ispirata ai canoni di un conservatorismo sostanzialmente tradizionalistico non ha in questi anni risparmiato, ma piuttosto profondamente segnato la traiettoria del centro-destra italiano, che, nel 1994, aveva ereditato il grosso dell’elettorato conservatore senza darsi un’impronta (e un’immagine) rigidamente conservatrice né “continuista” rispetto alle forme con cui il conservatorismo morale e culturale aveva, fino ad allora, trovato espressione nella vita politica italiana . Al contrario, la costituzione di Forza Italia aveva coinciso, dal punto di vista della cultura politica, con il tentativo di “liberare” il liberalismo dal suo obbligato vassallaggio al partito-stato democristiano (ai suoi riti, alle sue interdizioni e alle sue auto-censure), a cui i liberali nel nostro paese erano stati giustamente legati dalla logica della guerra fredda e della fedeltà atlantica, non senza distinguersene, in modo peraltro molto radicale, proprio nella stagione dei “diritti civili”.
A distanza di quasi tre lustri dalla discesa in campo del Cav., quello del “partito dei valori” si è invece imposto come modello di riferimento, contrassegnando in modo profondo l’identità e la cultura del partiti che hanno costituito il Popolo delle Libertà; eppure questo modello non sembra essere né congeniale né troppo gradito a Berlusconi, che non lo contrasta, ma, con ogni evidenza, non lo rappresenta e non se ne sente, fino in fondo, rappresentato. Berlusconi sa – e forse, prima ancora, sente – che il Pdl non può essere insieme il partito della modernità liberale e il partito della critica anti-liberale alla modernità. Nella sostanza, tra Popper e Del Noce, Berlusconi sa di dovere scegliere Popper. Ma intanto il “suo” partito ha già scelto Del Noce e la sua critica radicale della secolarizzazione e della razionalità borghese e liberale, come alternativa “eversiva” all’ordine morale della tradizione e della Verità cristiana.
Per quella che potrebbe apparire una curiosa coincidenza, anche il co-fondatore del PdL , Fini, in un “partito dei valori” (e di “questi” valori) sta obiettivamente troppo stretto, come non ha mancato, in più occasioni, di dimostrare. Ma la curiosa coincidenza forse tale non è: tra il “partito dei valori” e “il partito di governo” c’è una differenza di ruolo e di constituency, che sono innanzitutto i leader a temere e a subire come un limite all’azione politica.
Di fatto, la cultura di gran lunga prevalente nel centro-destra italiano vede nel liberalismo classico, per i suoi presupposti individualisti e  i suoi cedimenti relativisti, il vero problema della politica contemporanea e nel suo necessario superamento la vera soluzione all’empasse politico-culturale dell’Occidente. Esistono personalità autorevoli del centro-destra che, apertis verbis, si dissociano da questa deriva. Ma sono obiettivamente poche, non fanno politicamente “massa” e non arrestano né correggono la direzione di marcia di un partito che sembra procedere spedito verso i suoi approdi post-liberali.
Ho molti dubbi sul fatto che un partito possa rappresentare la storia culturale e la geografia morale della società italiana –  preservando, in termini politici, un profilo liberale e una vocazione maggioritaria –  se si ostina a rileggere l’intera parabola della modernità secondo una logica moralistica e denigratoria. Un partito liberal-conservatore non solo può, ma deve mettere in discussione il progressimo di maniera ed attaccare, anche sul piano dei valori, il monopolio e l’egemonia culturale della sinistra. Ma non deve e soprattutto non può liquidare “ratzingerianamente” il liberalismo come una sorta di “’68 dello spirito”, a cui occorrerebbe reagire intimando, alla De Gaulle, “la ricreazione è finita!”. Tra il revisionismo anti-progressista e il negazionismo anti-liberale ci sono ancora troppe apprezzabilissime differenze: che andrebbero preservate e non liquidate, per l’urgenza di voltare pagina, in una sorta di autodafè reazionario.
Se, come immagino e mi auguro, Berlusconi uscirà vincitore dalla competizione elettorale, dovrà fare i conti con tutto questo. Dentro il governo e dentro il partito. E saranno – temo – conti molto pesanti.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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