Contro la deriva del Partito Confessionale

Il futuro e le incognite del centrodestra
Una coalizione che ha scelto di combattere lo statalismo economico-sociale, non può sostituirlo con uno statalismo etico-morale

Di Benedetto Della Vedova
Pubblicato da Charta Minuta mensile della Fondazione Farefuturo

Il futuro del centrodestra italiano è gravido di incognite. Se poco più di un anno fa, nella grande manifestazione di Piazza San Giovanni, sembrava cementarsi l’unità del “popolo” della Casa delle Libertà, oggi le cose appaiono di gran lunga diverse.
Ma la discussione aperta, apertissima, sugli assetti del centrodestra e della politica italiana in generale, non deve occupare anche il campo dell’ideazione dei nuovi profili ideali e progettuali dello schieramento liberale e moderato. Anzi, il processo in corso sugli assetti politico-istituzionali, che, in modo un po’ confuso, potrebbe portare – auspice il referendum – alla creazione di un sistema imperniato su soggetti a vocazione maggioritaria, richiede l’elaborazione di una piattaforma politica che non abbia le ambizioni organiche e l’astrattezza enciclopedica del “Programma” (rigorosamente con la maiuscola: come usa a sinistra), ma che possa orientare in modo chiaro l’azione di governo. E l’orienti non solo rispetto al fare, ma anche e soprattutto, rispetto al “non fare”, nella consapevolezza che un progetto politico potenzialmente maggioritario è tale solo se si rivolge alla generalità dell’elettorato, e non alle influenti e rumorose “minoranze” (siano esse sociali, economiche, culturali) che monopolizzano sui media il dibattito politico, dettandone interlocutori ed agenda.
Alla ricerca, di un nuovo ubi consistam che sia altro dalla mera alternativa alla sinistra post-tutto, il centro destra sembra voler imboccare la strada (o forse, più propriamente, la deriva) del “partito dei valori”. Il “centro” e il fattore di unità dello schieramento moderato (con assai scarse differenze tra i partiti che oggi lo compongono) pare ravvisarsi nell’adesione alla “guerra morale” lanciata contro il relativismo, l’individualismo e addirittura – a sentire le parole autorevoli di Benedetto XIV – contro lo stesso liberalismo, ritenuto responsabile e complice di una presunta frana culturale e civile dell’Occidente, dell’Europa e, a maggiore ragione, del nostro paese.
Difficile dire se tutto questo sia il frutto di una scelta deliberata e consapevole, magari favorita dall’urgenza che i progressi e le possibilità della scienza hanno impresso ai temi della cosiddetta bio-politica.
Il timore è che la deriva sia soprattutto dovuta alla mancanza di convinzione sulle possibilità di coinvolgere il paese in un progetto di innovazione – e di rupture – economica e sociale, che supporti un’Italia di nuovo in corsa, protagonista, al fianco dei grandi paesi occidentali, della competizione con le potenze emergenti.
Il “partito dei valori” rischia non già di affiancare il partito di governo o di convivere con esso, ma di sostituirlo. L’idea di una politca ispirata dagli insegnamenti e dalla tradizione cattolica riempie il vuoto di politiche, cioè di un pacchetto condiviso di proposte di governo in grado di definire con uguale precisione e pari forza evocativa l’identità di un “grande partito”.
E’ stato detto che l’assetto politico del futuro vedrà contrapporsi gli schieramenti proprio sul piano dei valori, mentre sul piano delle politiche vi sarà una convergenza necessitata dalle circostanze. E’ possibile. Ma io credo che la prospettiva debba essere e sia esattamente quella speculare: sempre più condivisione dei valori – non più messi in discussione dagli steccati ideologici della cortina di ferro e dai retaggi del secolo breve – e sempre maggiore competizione nelle politiche che, seppur nuove e meno lontane che in passato, non subiranno mai una impossibile reductio ad unum. Continuo a pensare, popperianamente, che il sistema politico si dimostra efficiente solo se adotta il modello di un mercato di proposte di governo alternative e competitive, e se incentiva anziché disencentivare, anche nei sistemi elettorali, l’alternativa contro la consociazione, cioè la concorrenza contro “l’accordo di cartello”. Se destra e sinistra arrivassero a contrapporsi sull’alzabandiera, sul sentimento di appartenenza nazionale o sul maggiore o minore ruolo riservato alla morale cattolica, per praticare un grande e consolatorio embrassons nous sull’economia, allora l’Italia sarebbe più debole. Se il piano dei valori sarà sempre più condiviso nel fondo, o, più propriamente, sarà condivisa, a destra come a sinistra, l’idea che il pluralismo etico e culturale della società non può trovare argini o suggelli legislativi, allora lo spazio della politica sarà più aperto, meno “etnico” e più efficiente: la concorrenza politico-elettorale si incentrerà sulle soluzioni e sulla velocità di realizzazione dei progetti di governo, e il paese sarà più forte e fiducioso.
Con ciò, ovviamente, non si vuole sostenere che in un moderno “partito” di governo debbano essere neutralizzate le identità e le proposte che rispecchiano precise appartenenze religiose o culturali: l’idea che il centro-destra debba sdegnosamente rigettare l’apporto cattolico (confinandone l’ispirazione al “privato”) sarebbe storicamente ridicola e politicamente suicida. Ma la forza di un grande partito (e a maggiore ragione di un partito del centro-destra) sta nella capacità di replicare al proprio interno la stessa dialettica aperta e le stesse apparenti “aporie” culturali che si riscontrano nella società e che fondamentalmente la costituiscono. Nell’America di Bush, che solo la stupidità degli intellettuali italiani ha potuto immaginare “ostaggio” del fondamentalismo religioso e del moralismo politico, ci sono buone possibilità che il candidato alla presidenza per i Repubblicani – sia esso Giuliani o Mc Cain – sia scelto tra chi esprime sui temi della bio-politica posizioni divergenti o contrarie a quelle della maggioranza del partito (pensiamo alle cellule staminali). Il che dice chiaramente due cose: in primo luogo, che alla resa dei fatti, anche nella America “cristiana”, la centralità politica è assegnata ai temi dell’economia e della sicurezza come e più che a quelli “etici”, che pure accendono profondamente il dibattito pubblico; in secondo luogo, che in termini elettorali, conta e vince la politica che sa meglio rappresentare il paese – e non il partito – anche nelle sue contraddizioni, nelle sue fratture, nelle sue irriducibili diversità.
La forza dell’America si fonda sulla capacità dell’economia di rigenerarsi sulla frontiera dell’innovazione, ma anche sulla capacità di innovazione della politica, che ha un senso storico e non puramente retrospettivo della tradizione, e quindi ha la capacità di non riproporre modelli sorpassati e impraticabili. Mutatis mutandis, questo atteggiamento in Italia dovrebbe portare a guardarsi dal rischio (che perfino la Dc seppe a suo modo scongiurare) di adottare, o surrettiziamente di imporre, il modello del partito confessionale. E il rischio va evitato in termini sostanziali, non solo formali. Non vale, per essere chiari, il “gioco” del partito che – come un sol uomo – fa “laicamente” proprie le urgenze religiose della Chiesa, riconoscendo in esse, accanto al crisma del Magistero, anche la forza della “vera” razionalità politica. Non credo nemmeno che ciò sia tra i desiderata delle gerarchie ecclesiastiche, attente ormai a rifuggire dall’identificazione con uno schieramento politico.
Le convinzioni religiose, peraltro, non definiscono le proposte politiche secondo un canone di astratta coerenza.
Pensiamo al caso emblematico di Blair, che negli stessi anni in cui maturava una sofferta e problematica (per un premier inglese) conversione al cattolicesimo guidava con determinazione, convinto che fosse nell’interesse del suo paese, una politica per molti aspetti opposta a quella che la Chiesa Cattolica auspicava e richiedeva ai governi del mondo sulla clonazione terapeutica, sui diritti delle coppie gay e su altri temi eticamente sensibili.
Allo stesso modo, anche sui temi specifici della morale familiare – l’altra trincea, assieme a quella del diritto alla vita, del fronte “antirelativista” – le posizioni politiche nettamente alternative a quelle imposte dal Magistero possono agevolmente convivere con la rivendicazione di un ruolo alto e pubblico della religione e della fede. Sarkozy è il Presidente francese che ha rotto il fronte del “laicismo statolatrico” della République, ma nello stesso tempo è il leader della destra europea che ha liquidato come “incomprensibile” la posizione contraria al riconoscimento giuridico di un fatto storico indiscutibile, cioè la progressiva differenziazione delle forme di unione personale e familiare che vivono nella società moderna, comprese quelle omosessuali. Rigettare “da destra” le posizioni di Sarkozy (compresa quella sul divorzio breve), mettendole in riferimento unicamente alle sue debolezze personali e alla vicenda biografica, sarebbe miope.
Da tempo sostengo che una coalizione che ha scelto di combattere lo statalismo economico-sociale, non può sostituirlo, facendo finta di niente, con uno statalismo etico-morale. Non è solo una questione di metodo, ma di sostanza.
Del resto, se la classe dirigente del centro-destra pensasse di offrire all’elettorato italiano un’identità “chiavi in mano” desunta dalla dottrina etico-sociale della Chiesa, occorre sapere che la scelta comporterebbe un passo indietro anche sui temi economici (passo indietro, ovviamente, per quanti, come me, ritenevano la svolta anti-statalista un netto e decisivo passo avanti ). Le posizioni anti-globaliste, anti-liberiste, anti-capitaliste di Benedetto XVI non sono certo assimilabili a quelle dei no-global tardo e cripto-comunisti e sarebbe insensato sostenerlo. Ma l’idea di un sussidiarismo antiliberale e, in senso lato, comunitarista, che struttura il pensiero sociale di Benedetto XVI (con una obiettiva messa in mora delle correnti catto-liberiste, che continuano a rappresentare una voce viva e innovativa del dibattito economico-sociale), non è solo una variante di “conservatorismo compassionevole”. E’ la proposizione (anzi la ri-proposizione) di un paradigma di alternativa piuttosto che di evoluzione di quello liberale. Non è l’iniezione di una maggiore sensibilità sociale nel mercato, ma la radicale messa in discussione dell’identità tra mercato e libertà economica (e quindi libertà in quanto tale, come responsabilità delle conseguenze delle scelte compiute).
Il pensiero di Benedetto XIV è potente e di lunga lena e non ha tardato a lasciare tracce nelle posizioni assunte da autorevolissimi esponenti del centro-destra. Se su questo si sta consumando una rupture, essa funziona al rovescio. Non mette in discussione “il politicamente corretto” della politica economica realizzata nel nostro paese per decenni – da cui il centro-destra aveva saputo affrancarsi meglio e prima della sinistra – ma in qualche modo lo ripristina come modello, riconoscendo ad esso, a prescindere dall’efficienza, una maggiore legittimità etico-morale.
Il partito dei valori finirebbe per non riuscire a definire un’identità morale comune – che nei fatti comune non è, né tra gli esponenti né tra gli elettori – e per inserire nuove contrapposizioni ideologiche sulle prospettive di una pragmatica innovazione economico-sociale. Mettere in discussione il “partito dei valori” non significa, dunque, contestarne le sole posizioni in campo biopolitico.
Poi, certo, c’è anche (ripeto: anche, non solo) la bio-politica, che sarà indubbiamente centrale nella discussione pubblica del futuro. Se però la bio-politica finisse alla lunga per coincidere con la identità politica, divenendo il “fuoco” dello scontro politico, costringerebbe il paese ad attardarsi in una contesa che è destinata, in quella forma, a produrre più divisioni, che soluzioni, più ritardi che “fughe in avanti”. Senza affatto proteggerla, si isolerebbe così l’Italia rispetto alle grandi e storiche correnti che stanno rivoluzionando gli assetti nel potere economico e politico del mondo. Con un’aggiunta: non sono solo le dinamiche economiche ad essere globali, ma anche quelle che, ad esempio, intrecciano etica e ricerca scientifica. La modernità (anche negli aspetti più inquietanti e apparentemente meno governabili) non può essere politicamente “neutralizzata” con un anatema ideologico. L’idea che una moratoria sulla ricerca, sulla scienza e sulla tecnologia possa mettere al riparo il nostro paese dai rischi di una presunta dittatura amorale e disumanizzante della tecnica è ingenua e consolatoria. Teorizzare l’autarchia “morale” su temi eticamente sensibili, ad esempio sulle cellule staminali embrionali, porterebbe a sganciare l’Italia da un settore scientifico e industriale tra quelli in maggiore e più promettente crescita, senza affatto “salvare l’anima” agli italiani che potranno comunque cedere alla tentazione di spostarsi di qualche chilometro per accedere a cure e terapie sviluppate altrove e “vietate” in Italia.
L’esperienza berlusconiana conserva la sua forza straordinaria e innovativa proprio nella capacità di sfuggire agli schemi tradizionali. Il partito dei moderati e dei liberali, lo schieramento che si richiama alla libertà, non può e non deve essere fondato sull’adesione ad un corpo chiuso ed esaustivo di “valori” che ne definiscano l’identità. Al contrario, deve costituirsi, per usare le parole di Giuliano Ferrara – certo non indifferente a valori e identità – sul modello del partito di ispirazione americana e sulla “piena e ricca libertà di opinione, di associazione e di coscienza”; sui temi etici come su quelli economici e sociali. Deve avere una vocazione inclusiva, tale da utilizzare in modo fecondo le diverse ispirazioni culturali, ideali e religiose di coloro che vi aderiscono o lo votano. Saranno la discussione pubblica e le contingenze politiche a determinarne le scelte, non una piattaforma rigidamente predefinita e statica.
Ci vuole un “partito” che assomigli ai suoi elettori, tra cui vi sono cattolici e no, lavoratori dipendenti e autonomi, italiani da sempre ed immigrati, famiglie e coppie di fatto, tradizionalisti e libertari, eterosessuali e omosessuali.
Un partito che, partendo dalle ispirazioni e dalle esperienze che lo hanno caratterizzato, sappia ridefinire di volta in volta gerarchie di priorità ed obiettivi concreti per il governo dell’Italia del futuro: aperta al nuovo, sicura, forte e libera.

Benedetto Della Vedova


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

Comments are closed.