Intervento inviato al 6° Congresso dell’Associazione Luca Coscioni

Di Benedetto Della Vedova

Cara Maria Antonietta, caro Marco,

un contrattempo improvviso mi ha impedito questa mattina di partire per Salerno e di partecipare, come vi avevo preannunciato, al Congresso dell’associazione Luca Coscioni.

Tenevo molto a partecipare, come radicale e liberale che non ha condiviso e non condivide le scelte politico-elettorali dell’Associazione Coscioni, ma condivide, in buona sostanza, l’impegno a preservare, sulla frontiera della bio-politica, attorno ai temi della libertà e della scienza, un approccio fondato sulla fiducia e non sulla paura, sulla ricerca e non sulla rinuncia ad essa.

Come eletto del centro-destra, di Forza Italia, del Popolo delle Libertà, so di essere – e volere rimanere – all’interno di uno schieramento che sui temi eticamente sensibili rischia, forse più che in passato, di accettare o subire una connotazione pesantamente conservatrice.
So che questa scelta – la mia scelta – rappresenta una sfida e una scommessa. Ma so anche che, ad alzare lo sguardo dal contesto italiano, le mie posizioni non sono poi così eccentriche e minoritarie negli schieramenti liberali e moderati del continente europeo e dell’occidente sviluppato. Nel PPE di Sarkozy, di Merkel e Rajoy, e anche nel Partito repubblicano americano che porterà, spero, Mc Cain alla Casa Bianca, sono non solo accettate, ma in alcuni casi maggioritarie, le posizioni che una parte oggi prevalente del Popolo delle Libertà considera estranee alla propria ispirazione politica o addirittura incompatibili con essa. Certo, questo è oggi un problema per me, ma in prospettiva è un problema soprattutto per il centro-destra italiano, che voglio concorrere ad affrontare e a risolvere.

Sul piano del merito, mi limito a due tra le considerazioni che avrei voluto fare al Congresso.

La prima. L’offensiva politico-culturale sui temi della bio-politica conferma e rafforza la mia convinzione che il principale problema bio-etico (sull’aborto, come sulla fecondazione assistita, sull’eutanasia come sulla ricerca bio-genetica) sia quello di fissare dei limiti costituzionali al potere della legislazione e dei limiti “culturali” alla nuova “presunzione fatale” (direbbe Hayek), quella di governare la libertà morale ricorrendo al principio di maggioranza. Non voglio dire che si debba “depoliticizzare” la portata epocale di alcune sfide; penso che si debba, metodologicamente, rifiutare la tentazione di affrontarle ricorrendo a decreti emanati in nome del popolo sovrano. La buona vita e la buona morte; la buona e la cattiva maternità; la buona e la cattiva scienza sono scelte e rischi che interrogano ciascun uomo e con cui la società – qualunque società – quotidianamente si misura. L’albero della conoscenza del bene e del male non ha però ancora traslocato dal Giardino dell’Eden ai cortili dei parlamenti. E per quanto siano seducenti i moderni “serpenti” che invitano i legislatori a mangiare i suoi frutti, bisogna difendersene e non prestare loro ascolto.

Gli schieramenti che si confrontano e competono in campo bio-politico non sono né riducibili né assimilabili a quelli che si contendo il governo del paese. Non voglio dire, ripeto, che i temi etici non siano temi politici. Questi temi animano la vita della polis e occupano uno spazio crescente nel dibattito pubblico. Ma non fissano il calendario delle istituzioni né il destino delle maggioranze politiche. Le regole che la società elabora per affrontare i problemi che essi pongono e a cui progressivamente si conforma riflettono l’evoluzione del costume, della coscienza civile, delle conoscenze scientifiche e delle sensibilità morali prevalenti. Non le mutevoli maggioranze parlamentari.
Il nostro primo obiettivo, dunque, a mio avviso, deve essere quello di arginare la bulimia legislativa – quasi sempre proibizionista, per altro – fondata sul principio di maggioranza (Il caso della Legge 40 è a mio avviso emblematico). Se dovessi pensare ad una costituzionalizzazione dei “temi etici”, penserei innanzitutto ad una nozione di “limite” alla legislazione, al fine di scongiurare l’affermarsi dello “statalismo etico”.

La seconda considerazione attiene proprio alla scienza. Schierarsi pro o contro la scienza non è possibile. I più forsennati teorizzatori dell’antiscientismo, e di un non nuovo, ma ricorrente, feticismo della natura non se ne rassegnano, ma sono anche loro “ostaggi” e beneficiari delle infinite possibilità che la scienza offre a chiunque intenda sfruttarla, per qualunque fine, di qualunque discutibile o indiscutibile rango morale esso sia. La frase più ricorrente fra i professionisti dell’antiscientismo è la seguente. “Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente dovuto”, e con questo intendono contrapporre una sorta di stato di natura allo strapotere della tecnoscienza.
Bene. Ma costoro si rendono conto che la gran parte delle loro campagne pro-life e pro-nature (sull’embrione come sull’aborto) sono condotte grazie al fatto che è divenuto tecnicamente e quindi moralmente possibile salvaguardare la vita in forme che rendono indistinguibile il confine e indissolubile il rapporto tra naturale e artificiale: negli embrioni crioconservati è davvero possibile comprendere dove finisce l’embrione e dove inizia il ghiaccio del frigorifero? Nelle incubatrici supertecnologiche per i nati molto prematuri è tracciabile il confine tra la gravidanza e la macchina, tra il neonato e l’apparato che lo “resuscita” artificialmente ad una vita che non potrebbe, biologicamente, “naturalmente” più appartenergli? E quando si passerà da 22 a 18 e poi a 16 settimane e poi……? Quanto di “naturale” e quanto di “tecnoscientista” c’è nella nuova frontiera antiaborista?
Cosa c’è di naturale nella vita dei malati terminali i cui processi vitali siano interamente surrogati dalle macchine? E nella sopravvivenza dei nati molto prematuri a cui la scienza offra una maternità surrogata?
La verità è che la ricerca della cura attraverso la scienza è una costante e indistinguibile forzatura della natura e della vita.
Queste contraddizione dovrebbero indurre ad un po’ di sano relativismo nei paradigmi culturali e politici dei fustigatori della scienza in nome “della vita”.
E dovrebbero indurre a rinunciare alla pretesa di fissare regole e divieti che cancellino la libertà e responsabilità della scelta individuale. “Loro” hanno paura di questa libertà, “noi” continuiamo a pensare che sia il fondamento della società aperta.
Il problema del limite si pone per tutti, non solo per gli estremisti della libertà; anche, forse soprattutto, per i “fanatici della vita”.

Buon lavoro,

Benedetto Della Vedova


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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