Per una geografia del pensiero

http://www.liberonweb.com/images/books/8817019569.jpgAsiatici ed occidentali sembrano non abitare esattamente lo stesso mondo

Di Luigi Pavone

È passato qualche decennio dalla traduzione italiana del libro di Richard Nisbett e Lee Ross sulla Inferenza umana (1980; trad. it. 1989). Da qualche mese è disponibile in lingua italiana uno degli ultimi libri di Nisbett (2003) in cui sono esposti i più importanti risultati di psicologia sociale sulle differenze cognitive che caratterizzano il rapporto tra popolazioni di cultura occidentale e popolazioni di cultura asiatica. Il libro costituisce una decisa cesura rispetto alla prospettiva universalistica che caratterizza il lavoro scritto con Ross. In generale gli studi di Nisbett e collaboratori (tra cui si segnalano Kaiping Peng, Ara Norenzayan e Incheol Choi) riconducono le differenze cognitive (incluso il livello percettivo) alla predisposizione culturale degli occidentali per la percezione focale e il pensiero analitico basato sui principi della logica formale, e alla predisposizione culturale degli asiatici orientali (cinesi, giapponesi e coreani) per la percezione di campo e il pensiero olistico basato sui principi, difficilmente formalizzabili, del pensiero dialettico (dialectical thinking). L’ipotesi di fondo è che tali differenze culturali dipendano in larga parte dal tipo di organizzazione sociale, rispettivamente «indipendente» o «interdipendente» (ipotesi integrative sono state recentemente avanzate e sperimentate da Kyungil Kim e Arthur B. Markman 2006). Non è escluso che queste ricerche possano fornire spunti di riflessioni a coloro – politologi ed economisti – che intendano capire qualcosa di più del capitalismo cinese e delle sue sovrastrutture.

L’interrogativo verso cui gli italiani possono essere sollecitati è il seguente: che stile di ragionamento e in generale di cognizione favorisce la struttura della società italiana? La risposta che mi sono dato non è molto incoraggiante. Si aggiunga che la società italiana è culturalmente e profondamente cattolica (tutti noi abbiamo frequentato il catechismo, soprattutto in età formativa). Ebbene – e questa è una ipotesi che si aggiunge a quelle di Nisbett et al., di Kim e Markman –, tra i banchi delle chiese tutti noi abbiamo appreso che alle verità più sublimi si accede con la preghiera, l’indottrinamento e la rivelazione mistica, e non già attraverso il dibattito, la fatica della argomentazione, rovesciando (e non aderendo a) le dottrine. All’insegna della ortodossia, e non della eresia. La religione è l’oppio cognitivo dei popoli? Crediamo che una esposizione eccessiva – soprattutto in età formativa – ai discorsi religiosi lo sia, anche se ciò che siamo in grado di fare al momento è di rendere plausibile l’ipotesi nel solco delle ricerche di Nisbett. La sottovalutazione dello studio della logica formale – perfino nelle università, in cui dovrebbe essere obbligatorio, e perfino nei corsi di filosofia, in cui dovrebbe essere scontato – è particolarmente indicativa del rapporto patologico degli italiani con la verità. 

Richard Nisbett, Il Tao e Aristotele, Rizzoli, Milano 2007, 263 p.,  € 17,00 


Comments are closed.