«Perché a Cuba viviamo male?»

Da Corriere.it del 10 febbraio 2008

RIO DE JANEIRO — «Presidente, perché non possiamo viaggiare all’estero? E perché a Cuba servono due, tre giorni di lavoro per comprare uno spazzolino da denti?». Un video filtra dall’isola e conquista Internet, aprendo interrogativi sui cambiamenti in corso. E’ una registrazione di qualche settimana fa: un gruppo di studenti della Facoltà di informatica discute con Ricardo Alarcon, presidente del Parlamento e da anni uomo di vertice della nomenklatura. Il video dura appena quattro minuti, ma si capisce che il dibattito è acceso e franco. Mostra le domande di due studenti e le risposte di Alarcon, cortese e non troppo meravigliato.
I giovani non sono dissidenti, appartengono alla gioventù comunista. Eppure pongono questioni cruciali, che toccano l’essenza stessa del regime. Alejandro, riccioli neri, pizzetto e maglietta della Puma, vuol sapere perché è costretto a votare per una lista unica di candidati, che non conosce. «Come faccio a sapere che meritano il mio voto? Chi sono? Ho solo visto le loro foto appese sul muro del ristorante…». Poi arriva Eliecer, altro ragazzo, legge le domande da un quaderno, veste una maglietta con il simbolo @, la libertà della Rete. Protesta per il doppio cambio: quasi tutto quello che si può comprare a Cuba è in pesos convertibili, come dire in dollari, mentre i salari sono in pesos normali, «che hanno un potere d’acquisto 25 volte minore ». Poi si chiede perché i cittadini cubani non possono andare negli alberghi e nelle spiagge riservate agli stranieri, o perché lui non può viaggiare all’estero, per esempio andare in Bolivia: «Non posso morire senza vedere il luogo dove il Che è caduto…». Secondo la testimonianza del giornalista della Bbc—sul cui sito è stato diffuso il video — i giovani hanno protestato per le forti limitazioni nell’uso di Internet, per esempio il divieto ad aprire caselle di email con Yahoo e Google.
Ricardo Alarcon è rilassato, in maniche di camicia. Ad alcune questioni risponde con l’argomento principe del regime (il confronto con la Cuba pre-rivoluzionaria) ad altre si sottrae, dicendo di non sapere molto di cambio e di Internet. «Neanch’io, quando ero giovane potevo andare a Varadero (famosa spiaggia dell’isola, ndr) o al Tropicana (night- club dell’Avana, ndr), eppure ero di famiglia borghese ». Spiega che la Revolución non può concedere solo al potere del denaro l’accesso ad alcuni privilegi. «E poi voi credete che tutti nel mondo possano viaggiare? Quanti boliviani vanno all’estero? E se tutti gli abitanti della Terra potessero prendere un aereo, vi immaginate cosa sarebbero i cieli?».
Il documento, per quanto parziale, è unico e qualche osservatore lo ritiene addirittura storico. Ma lascia un dubbio: l’apertura al dibattito, alle critiche anche dure, è segnale di debolezza o di forza del regime? Significa che il muro del consenso implicito sta cedendo o che i fondamenti della società cubana non sono a rischio? Un episodio simile, anche se non documentato da immagini, era avvenuto un mese fa durante una assemblea di lavoratori per imprese straniere. Le proteste per un tassa imposta dal governo erano state così accese da spingere il governo ad annullare incontri successivi.
Era stato lo stesso Raul Castro, in successione «temporanea » al fratello Fidel, ad esortare i cubani a discutere di più, a confrontarsi sui problemi della vita quotidiana. Ma è impensabile, allo stato delle cose, che l’invito possa estendersi agli argomenti toccati dagli studenti, come il partito unico, l’egualitarismo nei salari e la restrizioni di movimento. Dalla glasnost al crollo dell’autoritarismo, i cubani lo sanno bene, il passo può essere assai breve.
Rocco Cotroneo


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