I burqa fatti in Cina, ultima moda afghana

Da Corriere.it del 6 febbraio 2008

Il burqa è un simbolo dell’Afghanistan talebano, guardato con orrore da molte donne, occidentali e non solo. Ma è anche un oggetto la cui produzione è stata per decenni fonte di sostentamento per centinaia di sarti afghani. Fino a un anno fa, quando sono arrivati i cinesi.
Abili nel realizzare in massa prodotti anche di nicchia, dagli alberi di Natale ai reggiseni push-up, da un anno a questa parte i cinesi producono anche burqa destinati al mercato afghano. E pare che le donne trovino i burqa cinesi più «alla moda» di quelli locali, per via delle pieghette strette strette e dei ricami fatti a macchina.

Gli artigiani afghani non sono in grado di reggere la concorrenza: decine hanno perso il lavoro, secondo il reporter americano Jake Fairweather, che ha intervistato alcuni di loro per il suo blog
Islam’s Advance sul Washington Post.

Nel 1996, i talebani, preso il potere a Kabul, imposero a tutte le donne di indossare quest’abito, che era già in uso nel Paese per motivi culturali e sociali e non necessariamente di fede. Dopo la cacciata dei talebani per mano degli americani nel 2001, nella capitale molte donne non lo indossano più. Le più istruite sono state le prime a sbarazzarsene, ma riconoscono che per molte non è ancora possibile farlo. Nelle campagne, i signori della guerra oppure padri e mariti conservatori continuano a imporne l’uso. Molte donne dicono di sentirsi protette con il burqa. E anche i successi dei guerriglieri talebani nel Sud del Paese non consentono a quest’abito di andare fuori moda.

I cinesi se ne erano accorti. Già due anni fa, il China Daily aveva intervistato un commerciante del bazar principale di Kabul, il quale ammetteva che, pur essendo le vendite di burqa diminuite (dimezzate) rispetto ai tempi dei talebani, riusciva a piazzarne una ventina al giorno. «I cinesi hanno cominciato a fare burqa un anno fa», racconta il sarto afghano Ali Ahmed Zamarai in una videointervista pubblicata sul blog. «Negli ultimi sei mesi, molti artigiani locali hanno perso il lavoro», dice, mentre la telecamera riprende le sue tre figlie che cuciono il copricapo e la moglie che ricama. Non riuscendo a mantenere la famiglia, lui si è indebitato facendosi prestare dai commercianti di Kabul i soldi per sopravvivere all’inverno.

Per realizzare un burqa ci vuole tempo e pazienza. In Afghanistan è un lavoro fatto artigianalmente, spesso a casa, con ago e filo e qualche macchina per cucire a manovella. I Zamarai sono sarti da tre generazioni. Trent’anni fa cucivano abiti occidentali. Poi si sono adeguati ai tempi. Mentre una delle ragazze realizza la parte inferiore, una tunica che copre interamente fino ai piedi, stretta con l’elastico alla vita, la madre e due delle sorelle si concentrano sul più complesso copricapo, che scende fino a coprire il sedere. Cilindrico sulla testa, con una griglia all’altezza degli occhi, pieghettato sul retro, è abbellito con ricami floreali.

I burqa non sono tutti uguali. Il colore più diffuso è l’azzurro: dietro tonalità più chiare si celano ragazze giovani, dietro tinte più scure donne più anziane. Il bianco è il colore delle novelle spose — o delle donne della città di Mazar-i Sharif. I fiori ricamati a mano sul copricapo sono unici per ogni pezzo.

Al mercato di Kabul i burqa in cotone fatti dalla famiglia Zamarai costano 20 dollari l’uno. Loro ricevono 20 centesimi a pezzo. Nella bella stagione, riescono a realizzare un massimo di 50 burqa al giorno per un profitto di 10 dollari. Ma i burqa in tessuti più rozzi importati dal Pakistan costano molto meno, anche 4 dollari, come pure quelli in poliestere. E i cinesi hanno macchine elettriche. «Possono fare un intero burqa in pochi minuti », spiega Zamarai. «Non possiamo competere con loro ». In Afghanistan una macchina per cucire manuale costa 100 dollari, il prezzo di quelle cinesi è di 4.000 l’una. «Nessuno può permetterselo in questo Paese — spiega il sarto —. Presto tutti i nostri burqa saranno fatti in Cina».

«Alle donne piace il nuovo stile dei burqa cinesi, è più moderno», dice il venditore Hassan al reporter in un mercato di Kabul. Le vendite, aggiunge, sono andate bene negli ultimi anni. Lui lo spiega con la circolazione di dollari legati alla ricostruzione e agli aiuti stranieri piuttosto che con l’escalation della guerra e il ritorno dei talebani.

Viviana Mazza


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