La scelta di Walter Pannella no, Di Pietro sì

http://victorjimenez.files.wordpress.com/2007/10/veltroni.jpgDa Corriere.it del 6 febbraio 2008

ROMA — Da soli alla Camera e da soli anche al Senato. Se i socialisti vogliono, possono accomodarsi in una micro-pattuglia sotto le insegne del Pd. Lo stesso dicasi per Emma Bonino. Niente radicali che sono «difficili» da gestire e infatti gli uomini di Pannella meditano di andare alle urne con l’accoppiata Bordon- Manzione. L’alleanza elettorale si farà (ma verrà annunciata solo più in là) esclusivamente con Italia dei Valori, del resto Di Pietro era stato tentato di entrare nel Pd già all’epoca delle primarie. Così ha deciso Walter Veltroni e così ripete. Nel partito non c’è chi lo contrasta apertamente. Anche i prodiani condiscono le loro perplessità con molti «se» e «ma». Però nei discorsi di tutti i dirigenti che veltroniani non sono c’è qualche distinguo. «Certo — è il ragionamento di Bersani — dobbiamo andare alle elezioni ben visibili e non confusi in ammucchiate, però non possiamo sostenere che si va da soli a prescindere, anche perché dobbiamo evitare che si producano delle ripercussioni sulle giunte in cui governiamo con tutta l’Unione». Non dissimile la riflessione che va facendo ad alta voce D’Alema: «Evitiamo di fare una campagna in cui ci attacchiamo tra di noi del centrosinistra». Bersani aggiunge anche un’altra chiosa: «Non si può nemmeno andare alle elezioni rinnegando il governo Prodi, piuttosto dobbiamo andarci esaltando quel che di buono c’è stato in questa esperienza». E Rosy Bindi: «La solitudine del Pd non vuol dire autosufficienza, ma ricerca di alleanze coerenti e coese. Vocazione maggioritaria significa lavorare a un sistema in cui Il Pd è il perno di un’alleanza alternativa al centrodestra: la nuova stagione non può essere costruita rinnegando l’esperienza di questi 15 anni perché in realtà le alleanze in questi anni le abbiamo sempre promosse noi e mai subite». Ma alla fine nessuno polemizzerà più di tanto con il segretario cui lo statuto — e la legge elettorale — danno in mano la partita delle candidature. Gli addii al Parlamento saranno tanti: «L’importante — è il convincimento di Veltroni — è che ciò accada senza mettere le dita negli occhi a nessuno». Quindi via Violante, Mattarella, Castagnetti e Anna Serafini, la moglie di Fassino. E via (ma qui ci vorrà grande cautela) Visco e De Mita. Verrà fatto anche un repulisti di prodiani: in forse, per esempio, la ricandidatura di Andrea Papini. Porte aperte, invece, a Enrico Gasbarra, presidente della provincia di Roma, che traghetterà al Senato, a Filippo Penati e al consigliere di Veltroni, Walter Verini. Tra gli imprenditori si pensa a Guido Barilla. Poi c’è la la sezione «talenti per l’Italia»: sarà questo lo slogan con cui il Pd presenterà alcuni personaggi che sta corteggiando come Tito Boeri.

Per evitare l’assalto alla diligenza da parte dei maggiorenti del Pd che vorrebbero infilare i loro uomini Veltroni ha escogitato un piano. Innanzitutto, le candidature verranno preparate dai segretari regionali, che sono stati eletti alle primarie e non messi lì da qualche big del Pd. Poi quando la pratica tornerà a Roma cominceranno le prime grane. Ma vi sono altri due modi per risolverle. Il primo è quello che Goffredo Bettini ha imposto con lo Statuto: il limite dei tre mandati. Il braccio destro e sinistro di Veltroni è stato categorico con la Margherita che si lamentava: «Voi non avevate nessun vincolo, noi quello dei due mandati, vada per tre e basta». Non solo, anche le donne tornano utili all’occorrenza. Nelle liste uomini e donne si devono alternare. Tra i parlamentari della Margherita le donne erano solo il 17 per cento, mentre tra i Ds rappresentavano il doppio, ossia il 34, questo fa sì che gli ex diessini possano avere più posti rispetto agli ex dl.

Con la Cosa Rossa sembra chiusa ogni strada. Non si può fare nessuna alleanza. Tutt’al più si può candidare qualche esterno di lusso di quella formazione a palazzo Madama ma sotto le bandiere del Pd. Bertinotti l’ha presa non bene ma benissimo. Anche perché questa decisione di Veltroni ha spuntato le unghie agli uomini della Sinistra Democratica che chiedevano l’alleanza con il Pd e non volevano che la leadership della Cosa Rossa venisse affidata al presidente della Camera. Ora devono accettarla. Il che ha creato non pochi problemi dentro la Sd dove la capogruppo alla Camera Titti Di Salvo ha accusato Mussi e Salvi «di aver tradito il loro mandato». Anche in quel gruppo, comunque in molti non si ricandideranno: Marco Fumagalli, Gloria Buffo e Fulvia Bandoli, per esempio. Il sottosegretario Famiano Crucianelli invece traslocherà nel Pd. A conti fatti, il Pdci dovrebbe avere 10 parlamentari, altrettanti i Verdi, 6 la Sd e 25 Rifondazione, che, stavolta, non dovrebbe ricandidare Caruso.
Socialisti e Bonino Se i socialisti vorranno, potranno inserire una micro-pattuglia sotto le insegne del Pd Lo stesso vale per la Bonino

Maria Teresa Meli


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