Il caso Israele alla Fiera del libro

Da Corriere.it del 4 Febbraio

Caro Direttore, chiunque abbia una coscienza democratica e voglia rivendicarla non può avere dubbi. Deve respingere nel modo più netto ed esplicito il boicottaggio nei confronti del Salone del Libro di Torino, «reo» di aver dedicato l’edizione 2008— nel 60˚ anniversario della nascita dello Stato ebraico—a Israele e alla sua letteratura. Si deve dire no perché quel boicottaggio contesta lo strumento insostituibile e primario di qualsiasi convivenza civile: è attraverso i libri che il pensiero trasmette conoscenze, sapere, idee, cultura. I libri sono lo strumento con cui ogni civiltà e ogni popolo ha costruito la propria identità e ha conosciuto e riconosciuto le identità diverse da sé. Negare il libro significa negare ogni possibilità di dialogo, di socializzazione, di scambio, di relazione. È negare tutto ciò che è diverso da sé, proponendo così un mondo oppresso da integralismi, intolleranze, fanatismi e discriminazioni.

Non a caso ogni volta che si è voluto reprimere un popolo o una cultura o una religione, se ne sono bruciati i libri. E non a caso quell’odioso boicottaggio oggi è rivolto contro Israele, simbolo di un’identità che — proprio attraverso il Libro—è riuscita a sopravvivere a secolari discriminazioni, persecuzioni e pogrom e perfino all’immane tragedia dell’olocausto. Un boicottaggio che— inaccettabile in ogni caso contro chiunque, quale che sia la sua opinione e la sua identità —risulta ancora più stolido e assurdo rivolto contro scrittori come Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua, Meir Shalev e tanti altri i cui libri contribuiscono ogni giorno ad affermare nel mondo libertà, tolleranza, solidarietà, multiculturalità, apertura all’altro e al diverso.

Ed è proprio questa la dimostrazione che quel boicottaggio ha l’esplicito significato di negare l’identità di Israele e il suo diritto a esistere. Il che deve rendere il boicottaggio tanto più inaccettabile proprio per chi—a sinistra—si dichiara in favore di una pace per due popoli e si batte perché anche i diritti dei palestinesi siano riconosciuti. Non si può mai dimenticare che in Medio Oriente il conflitto non è tra un torto (la pretesa di Israele a esistere) e una ragione (l’aspirazione palestinese ad avere una patria), ma tra due ragioni. Sì, perché il conflitto in quella terra è tra due diritti: Israele ha diritto a vivere senza paura dei propri vicini, sicuro definitivamente del proprio futuro; e i palestinesi hanno diritto a vivere in un loro Stato indipendente. Sono due diritti ugualmente legittimi e soltanto riconoscendoli entrambi, entrambi potranno avere soddisfazione. Tant’è che ogni soluzione di pace ruota intorno al principio «due popoli, due Stati».

Chi invece per affermare il diritto dell’uno nega il diritto dell’altro, non lavora per la pace ma per tenere irrisolto all’infinito un conflitto che ogni giorno è fonte di nuove sofferenze. Per queste ragioni al boicottaggio bisogna dire no. E quanto sarà più forte e corale, tanto più sarà possibile liberarsi di manicheismi culturalmente rozzi e politicamente irresponsabili.

Piero Fassino

Fonte audio Radioradicale.itCC 2.5 ITA


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