Cinema e Satyagraha

Gianfranco Cercone de Lucia

I confini fra me e l’altro, che tante volte nella vita quotidiana producono fenomeni di incomprensione e di incomunicabilità, al cinema si ammorbidiscono, sfumano

In che modo può, il cinema, contribuire alla costruzione di un mondo di pace e di nonviolenza?

Tanti film sono stati realizzati al servizio di buone cause: dalla denuncia delle condizioni di vita dei detenuti a Guantanamo, a quella dei ghetti delle vedove bianche in India, o degli abusi commessi dall’esercito americano in Irak (per fare solo qualche esempio recente, ma l’elenco potrebbe essere ovviamente sterminato). E certo, ponendo problemi tanto drammatici di fronte agli occhi e alla coscienza di milioni di persone, con la capacità di emozionare, oltreché di far riflettere, che è propria del cinema, tali film hanno contribuito, sia pure in misura infinitesimale, al miglioramento delle condizioni di vita nel mondo.

C’è tuttavia un tipo di visibilità e di trasparenza che è più specifica del cinema “di finzione” (non, ad esempio, delle inchieste giornalistiche, anche audiovisive).

Quella che riguarda l’intimità degli individui.

I corpi ci separano gli uni dagli altri, e possiamo indovinare ciò che accade nell’interiorità del nostro prossimo, soltanto attraverso congetture, che lasciano scoperte ampie zone di mistero, anche per l’osservatore più intuitivo.

Ebbene, il cinema (come il romanzo) è in grado, quando le sue risolse linguistiche siano abilmente, artisticamente impiegate, di mostrarci al tempo stesso il comportamento di un individuo, come si manifesta all’esterno, agli occhi di un estraneo; e ciò che motiva quel comportamento: quella miscela di pensieri, di sentimenti e di emozioni, che ci fanno comportare come ci comportiamo.

La conseguenza di questo trattamento, è che i confini fra me e l’altro, che tante volte nella vita quotidiana producono fenomeni di incomprensione e di incomunicabilità, al cinema si ammorbidiscono, sfumano. E in certi momenti lo spettatore si fonde con il personaggio, si commuove quando all’altro le cose gli vanno male, o si rallegra quando gli vanno bene (per fare soltanto i due esempi più grossolani; ma più generalmente: partecipa delle sue emozioni, nella loro ampia gamma e nelle loro più sottili sfumature).

Si potrà dire che questa parziale fusione può verificarsi soltanto quando lo spettatore abbia molti tratti in comune con il personaggio.

Eppure, se ricordiamo i casi in cui questa esperienza ci è capitata guardando un film, ci accorgeremo che non sempre è così.

Il pacifico cittadino si può identificare con il serial killer; l’uomo con la donna; il benestante con il diseredato; l’adulto con il bambino; l’europeo con l’asiatico; il cristiano con il musulmano; e così via enumerando; e sempre: e viceversa.

Insomma: separandoci, con una parte di noi stessi, dal nostro corpo, seduto in poltrona, possiamo incarnarci, come per una provvisoria, “vigilata” metempsicosi, nell’involucro di un personaggio anche lontanissimo da noi.

Più che la somiglianza fra lo spettatore e il personaggio, ciò che permette questa immedesimazione è, credo, la logica stringente del racconto (che dovrebbe suggerire il pensiero: se fossi vissuto in un certo contesto, o avessi fatto certe esperienze, anch’io avrei potuto comportarmi in quel modo!); e insieme l’intuito e l’efficacia del narratore, che gli permette di rivivere dentro di sé e poi di rendere, i sentimenti del personaggio.

Non sempre questa identificazione avviene grazie alla verità della rappresentazione. A volte, la favorisce la mistificazione. Il desiderio inconfessato di aggredire o di uccidere può, per esempio, determinare figure di assassini idealizzati, privi di grettezza e di volgarità, con i quali possiamo identificarci volentieri (ce ne sono innumerevoli, nei prodotti commerciali).

Ma il nostro discorso non riguarda certo tutti i film che si vedono; ma le potenzialità del cinema condotte fino alle ultime, ideali conseguenze.

Ora, cos’ha a che vedere tutto questo con la nonviolenza e con la pace?

Ebbene, sappiamo che la violenza, prima di essere un’aggressione che si commette, è un’immagine che ci formiamo, della persona che vogliamo aggredire.

Ed è quasi sempre un’immagine odiosa, fatta di un’unica tinta e di un unico tratto. L’altro non è forse ridotto soltanto a colui che vuole umiliarci, schiacciarci e annientarci; suscitando in noi, una reazione uguale e contraria? Il Male chiama il Male; e tra la causa e l’effetto il rapporto può apparire tanto immediato e istintivo, che non sembra lasciarci libertà di scelta.

Ma cos’è la demonizzazione dell’altro, se non il rifiuto di immedesimarsi nella sua storia, e nei suoi sentimenti?

Un celebre principio della teoria della nonviolenza di Gandhi, vuole che il nonviolento deve rivolgersi a quella parte del nemico, anche il più efferato, suscettibile di dialogo e di persuasione. Ora, se non assumiamo questo principio come una verità a priori, non può sostenersi, credo, che sulla forza dell’immaginazione. Immaginare la storia che ci ha reso nemico il nostro nemico. Immaginare, in altri termini, che sia qualcos’altro, prima che e oltreché il nostro nemico.

Una sublima affermazione biblica recita: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Ma un’altra versione della stessa massima è: “Ama il prossimo tuo perchè è te stesso”.

A me non piace che la parola amore sia declinata all’imperativo. L’obbligo morale, anche autoimposto, dell’amore temo che possa condurre alla simulazione, all’ipocrisia.

Ma che si tratti di una certa simpatia, o di un’attenuazione dell’ira, certo ne è alla base una qualche immedesimazione con la persona, o con il gruppo di persone, che detestavamo; il riconoscimento, almeno, che partecipano della nostra stessa umanità.

Torniamo al cinema.

In molti conoscono il dittico che Clint Eastwood ha dedicato a una battaglia tra giapponesi e americani durante la seconda guerra mondiale: la prima parte (“Flags of our fathers”) la raccontava dal punto di vista degli americani; la seconda (“Letters from Iwo Jima”) dal punto di vista dei giapponesi.

E’ un esempio che mostra con chiarezza la potenzialità del cinema che ho cercato di illustrare.

Certo le ragioni e i torti dei due eserciti contrapposti non erano dimenticate dai due film. Eppure, dopo aver visto che nell’uno e nell’altro esercito, vigevano la stessa paura di morire e la stessa felicità di sopravvivere; la stessa compresenza di bassezza e di nobiltà; lo stesso eroismo e la stessa viltà; più difficilmente, qualsiasi spettatore, anche assistendo a un altro film, esulterà in cuor suo vedendo ammazzare un soldato giapponese.

P.S. : Cambiamo argomento. Si sono consegnati nel dicembre 2007, i premi Oscar per il cinema europeo. Ebbene, tra i vincitori in due delle categorie più importanti (miglior attore e miglior film di innovazione) c’è un film israeliano! (E’ vero, prodotto anche dai francesi: ma parlato in israeliano, e ambientato in Israele).

Che l’Europa del cinema sia più coraggiosa dell’Europa delle istituzioni politiche?


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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