Beati gli ultimi che saranno i primi

di Mauro Mellini da l’Opinione del 24 gennaio 2008.

Non conosco personalmente Mastella. Cioè lo conobbi molto tempo fa, nella sede del C.C.D., di cui allora faceva parte. Ero andato a far visita alla Fumagalli Carulli, che allora  pure ne faceva parte ed aveva posizioni decisamente garantite. Intendevo proporre questioni che l’”Associazione per la Giustizia e il Diritto Enzo Tortora” portava avanti in grave isolamento (chiacchiere a parte). Ricordo che P. F. Casini intervenne nella conversazione evocando un processo di Bologna al quale sembrava essere interessato e nel quale aveva constatato che non so quali cose io stavo sostenendo erano proprio vere. Ad un certo punto si affacciò Mastella; quanto gli bastò per rendersi conto che stavamo parlando di giustizia. Un attimo e ci salutò e si ritirò, con l’aria di chi non vuol proprio perdersi in chiacchiere vane e che ha cose serie cui pensare.
Credo che quando prese il ministero della giustizia con il governo Prodi abbia avuto un atteggiamento non troppo dissimile. Pensava di affacciarsi il tempo strettamente necessario per far contenti i magistrati, già contentissimi per la caduta del governo Berlusconi, per smantellare la riforma Castelli ( o quel tanto che poteva apparire una riforma) e poi, circondato da un ancor più saldo alone di “intoccabilità”, dedicarsi più tranquillamente a cose serie. Io allora pensai che, magari, con lui ci sarebbe scappata una strenua battaglia per istituire una sezione distaccata della Corte d’Appello (oltre il Tribunale) a Ceppaloni.
Le cose sono andate diversamente.
Leggendo delle sue vicende, delle sue parole, delle sue reazioni, mi sono tornate alla mente le parole del suo predecessore a Via Arenula, Filippo Mancuso: “non aspettare che l’ingiustizia batta alla porta delle nostre case”.
E, già. Perché oggi abbiamo inteso affermare “siamo pronti ad allearci con chiunque capisca che il problema dell’Italia oggi è questo: la libertà dei cittadini, l’equilibrio dei poteri, le garanzie per tutti…”. ”Voglio fare una battaglia politica per difendere la libertà delle persone normali, perché nessuno debba provare quello che è accaduto a me e alla mia famiglia…”.
Affermare ciò proprio da Mastella, l’uomo che avrebbe dovuto rappresentare la pace fatta dalla nuova maggioranza, dallo Stato “libero” da Berlusconi con i Magistrati, quelli oltranzisti, quelli che contano, è davvero un evento memorabile.
E abbiamo inteso Mastella dire, col cuore in mano (come si dice, credo, anche a Ceppaloni) che ha meditato e sofferto sul fatto che, se certe cose sono potute capitare a lui, ministro della giustizia, figuriamoci alla gente comune, alle famiglie degli italiani qualsiasi.
Parole sante. I giornali le riportano senza ombra di ironia o di meraviglia e parlano di Clemente tra la gente, a Ceppaloni e a Piazza San Pietro.
Questo Mastella si sarà pure svegliato quando l’ingiustizia ha bussato alla porta della sua casa ed avrà invece scambiato per il battere della giustizia quello alle porte degli altri. Ma la parte della vittima indignata la fa bene assai. E dice cose ottime, come quelle sulla centralità dei problemi della giustizia e del garantismo.
Non andiamo a guardare quel che diceva ieri. “Beati gli ultimi che saranno i primi”. Che è poi l’esaltazione massima, nella parola del Signore, del più angusto e laico detto “meglio tardi che mai”. Che non accontenterebbe un uomo come Clemente Mastella. Ma nell’insegnamento evangelico lui ci si ritrova assai meglio, come, del resto, è sempre saputo assai bene ritrovarcisi. Ad essere il primo (o quasi) là dove arriva buon ultimo. Anche per il garantismo e la giustizia giusta andrà così.
E’ uomo di fede e questa massima evangelica saprà farla valere. Vedrete.


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