Paradossi della giustizia

di Mauro Mellini e Alessio Di Carlo,  da L’Opinione del 23 gennaio 2008

In questi giorni di burrasche vere, simulate, incombenti, rientranti, riemergenti, accantonate, liquidate e rinnovate, è facile che valutazioni, commenti e previsioni, ogni giorno formulati sulla base delle “ultimissime” notizie, debbano il giorno successivo essere rivisti, smentiti, modificati e capovolti. Parlare di giustizia dovrebbe significare affrontare temi maturati, situazioni conosciute e riconosciute, fare previsioni a lunga e lunghissima scadenza. In questo caos tutto ciò è oramai impossibile, inconcepibile. Eppure fatti del tutto contingenti, episodi di cronaca destinati ad esser dimenticati domani mentre oggi campeggiano in tutte le prime pagine dei giornali, fanno balenare per la testa del cittadino considerazioni e sensazioni fondate, magari, sull’approssimazione e sull’eco un po’ confusa (anche e proprio quella apparentemente più aggiornata della cronaca) e tuttavia niente affatto contingenti. Ed è probabile che domani proprio queste impressioni e questi giudizi dell’uomo della strada siano quelli di cui resterà più ferma la traccia.

Prendiamo le notizie di sentenze e decisioni. Cuffaro, presidente del governo regionale siciliano, è condannato a cinque anni ed all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per aver rivelato notizie di procedimenti penali, favorendo così imputati di processi in corso. De Magistris, magistrato della Procura di Catanzaro, per aver rivelato notizie di procedimenti penali da lui stesso condotti, e quindi segreti del suo stesso ufficio e non di quello di altri (come nel caso di Cuffaro) danneggiando così gli indagati, quanto meno con la pubblicità è semplicemente trasferito ad altra sede. C’è una bella differenza tra la marachella dell’uno e quella dell’altro, e c’è una bella differenza (e che differenza) della pena, tanto più grave per la colpa tanto minore. Secondo. Cuffaro è condannato per favoreggiamento, escluso il concorso esterno in associazione mafiosa. Quelli che se ne intendono dicevano che sulla condanna di Cuffaro (concorso esterno o favoreggiamento) erano divisi i magistrati palermitani (non il tribunale, ma la corporazione, che in certi casi conta assai di più) tra caselliani e grassiani. Avevano scritto che una volta i giuristi si dividevano tra sabiniani e proculiani senza che ci sia dato sapere oggi in che cosa si distinguevano le due scuole, proprio come oggi a Palermo.

Scuole a parte non è dato sapere all’uomo della strada che cavolo significhi concorso esterno invece di favoreggiamento. Eppure Cuffaro, condannato per favoreggiamento, ha detto che non si dovrà dimettere, cosa che avrebbe fatto se fosse stato condannato per concorso esterno, così ha brindato e mangiato cannoli. Sabiniani e Proculiani. A spiegare la differenza, e, forse, a minimizzare quella delle due scuole, è intervenuto Grasso (in qualità, sembrerebbe, di Procuratore Nazionale Antimafia, non di caposcuola grassiano) affermando che Cuffaro è stato riconosciuto favoreggiatore di alcuni esponenti mafiosi, non della mafia, di Cosa Nostra (come ci si ostina a voler chiamare la mafia siciliana). Non arriveremo alla sottigliezza dei giuristi grassiani o proculiani o, con rispetto parlando, sabiniani o caselliani, ma le idee non sembra che così molto si chiariscano. Ed allora, viene fatto di pensare: si vede che Contrada, al quale hanno dato dieci anni benché per un reato risalente a prima di un forte aumento delle pene, deve aver dimenticato di far capire che lui aveva favorito singoli boss mafiosi e non la mafia. Una distrazione costosa. Certo, sembra che tutte le assurdità del nuovo reato di “concorso esterno”, inventato dai magistrati comincino a venire al pettine. Ma è un pettine della logica e la logica non è oggi un granché di moda.

A Santa Maria Capua Vetere, Procura e Gip hanno inteso il bisogno di provvedere “con l’urgenza del caso” (ma il caso, e la richiesta di custodia cautelare della Sig.ra Mastella, erano in piedi sin da ottobre) a mettere ai domiciliari la moglie del ministro, in gattabuia il consuocero ed altri ed alla gogna altri ancora, ministro compreso. Non potendo attendere, quelli di S. Maria, che vi provvedesse, se e quando necessario, il giudice competente, quello di Napoli, che al contempo hanno dichiarato doversi occupare del procedimento per competenza territoriale. Così interrogatori di garanzie, ricorsi al Tribunale del riesame ed eventualmente in Cassazione, dovranno in ogni caso essere ripetuti, alla faccia della “speditezza” e dell“economia processuale”. Repetita iuvant, si dirà. Se a Napoli vorranno ripetere le gesta di quelli di Santa Maria Capua Vetere compiute sotto il segno di una incontenibile urgenza. Urgenza di non perdere l’occasione di conciare per le feste il Ministro della Giustizia prima che una crisi di governo togliesse a chi tanto ci teneva il gusto di cotanta operazione di giustizia. Intanto a Napoli, in attesa che arrivino le carte del caso Mastella, hanno pensato bene di creare un “caso Berlusconi”. Un altro.

Certo senza il gusto ed il merito della novità. Berlusconi non avrebbe lottizzato primariati ospedalieri, ma avrebbe raccomandato delle ballerine, anzi avrebbe tentato di farlo. Il “metus publicae auctoritatis” sarebbe stato speso per indurre qualcuno a dare un posto di fila alle medesime. O forse, si tratta di qualche altro reato di quelli che sembrano inventati per consentire ai magistrati di cacciarsi in mezzo a quelle storie di “politici” (così si dice oramai in ogni sede) nelle quali molto evidentemente piace ai magistrati muoversi e vedersi impegnati. Pare che questo importantissimo processo abbia avuto una “corsia preferenziale”. Anch’essa urgentissima. Ma quello a carico di Bassolino e compagni per il naufragio della città nel mare della “munnezza” non sembra possa decollare. La giustizia in Campania (e altrove) ha esaurito la discarica del condono, dove ha scaricato solo le pene. E così si intercetta a più non posso, come ha dimostrato il caso Mastella. E continua ad intercettare, nella vicina Basilicata, Woodcock. I vip da inquisire non mancano mai. Intanto a Salerno pende da anni un processo per un fatto accaduto in Calabria, attribuito alla competenza del Distretto salernitano a norma dell’art. 11 del c.p.p. La parte lesa, anzi, il padre della parte lesa, è infatti un magistrato, il cui bambino ha ricevuto uno scappellottino dalla maestra per impedirgli di rompere chissà cosa in testa ad una compagna di scuola. L’ingenua maestra era andata a raccontarlo al padre ed alla madre, sua collega maestra. Apriti cielo. Si è parlato di un complotto etc. etc. etc. Chi sa che alla fine non risulti che tra tutti sia proprio questo il processo più grave.


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