Perchè siamo contrari alla Moratoria sull’aborto

Una crociata che pecca di indifferentismo etico per cui l’aborto è identico all’omicidio e ogni aborto è un identico uccidere: quello dei sicari di Pechino, che sventrarono le donne cinesi e quello delle donna di Torino

di Benedetto Della Vedova da Il Foglio del 10 gennaio 2008 pag. IV

Caro direttore – La sua campagna ha il formidabile atout di essere insieme pro life e pro choice e di perseguire l’obiettivo “alto” – la difesa incondizionata di ogni forma di vita nascente, anche quella biologicamente più lontana dalla “figura” della persona umana-senza ricorrere ai mezzi “bassi” della criminalizzazione giuridica e della colpevolizzazione morale.Mi perdona (e, soprattutto, mi comprende) se le dico che proprio nei presupposti razionali e culturali di questo inedito “anti-abortismo compassionevole” sento puzza, non di incenso o di zolfo, ma – in termini puramente logici – di bruciato? Se, come lei ritiene, l’aborto “di massa” è un crimine contro la vita, che viola il comandamento morale e razionale del “non uccidere” e si inscrive, per le proporzioni del fenomeno e per le caratteristiche sempre più manifestamente “eugenetiche”, nella stessa logica di sterminio che ha condotto a teorizzare e praticare la “selezione della razza”… Se l’ideologia dell’abortismo tardo-femminista e “donnista” con cui in Italia si è difesa la legge 194 appartiene, in posizione di rincalzo, alla stessa graduatoria dell’abominio che trova, in posizione di vertice, i piani di aborto forzato e di sterilizzazione di massa condotte con disastroso successo dal governo cinese… Se il “diritto a nascere” e a vivere è un diritto umano indisponibile e in qualche modo “indifferenziato” e non si possono fare questioni di misura, di “età” o sviluppo biologico… Ebbene, se tutto questo fosse vero e tale effettivamente si mostrasse, come lei scrive, con “l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione”, allora la risposta non potrebbe essere quella di “chiedere ai governi di sospendere ogni politica che incentivi la pratica eugenetica” e di affermare quella di nascere come libertà umana fondamentale. da inscrivere nella “Dichiarazione Universale in base alla quale furono costituite le Nazioni Unite”. Questa non può essere la risposta al nuovo olocausto degli innocenti. E’, al più, un modo accorto e intelligente di muovere le acque della coscienza civile e lo stagno della politica italiana. Ma se il gioco è quello di utilizzare l’identità aborto-omicidio come mera iperbole retorica, allora va dichiarato. O no?
Non sta in piedi, caro direttore, l’immagine di un olocausto che si origina dalla macchinazione burocratica degli stati, ma che non comporta la criminalizzazione dei carnefici che liberamente e consapevolmente vi partecipano (i medici, gli infermieri; i primari, gli amministratori locali, i politici, e innanzitutto le donne che provvedono a emettere la condanna a morte del nascituro e a disporne l’esecuzione). Non persuade l’idea di un genocidio quotidiano che ha vittime “personali”, ma colpevoli sempre “impersonali” (la cultura, le leggi, le politiche, il costume sociale). A proposito dell’aborto non si può proprio dire, se non ostentando una benevolenza un po’ furbetta: “… non uccidere. Puoi farlo, e nessuno tranne la tua coscienza ti può giudicare, ma la cosa sarà nominata con il suo nome”. Ma ancor meno mi convince l’idea che questo radicalismo ideologico non solo non fondi una politica coerente con i suoi presupposti (se l’aborto è tout court un omicidio, si richieda che in questo modo sia trattato!), ma dia anche voce a una passione etica che si sente tanto più forte e “giusta” quanto più manichea e indifferente a ogni differenza reale o apparente. Lei, che (giustamente) si fa vanto di non poterne più della Donna – con la maiuscola: come ipostasi ideologica della modernità – non dovrebbe parlare dell` “Aborto”, ma degli aborti: ed è tutto un altro parlare.
Caro direttore, a rendermi assai poco partecipe della sua campagna è questo spaventoso indifferentismo etico, per cui l’aborto è identico all’omicidio e ogni aborto è un identico uccidere: quello dei sicari di Pechino, che sventrano le donne nelle campagne cinesi e quello delle donne di Torino o New York che non hanno la fortuna o la forza di ripudiare una possibilità che la legge offre loro, e continuano a ricorrervi, considerandola non un bene, ma certo un “meglio” rispetto alle conseguenze di gravidanze indesiderate o disgraziate. E’ lo stesso indifferentismo, a proposito dell’altra moratoria (quella sulle esecuzioni capitali), che ha portato per anni numerose organizzazioni umanitarie a confondere la pena di morte con l’omicidio politico e il boia notoriamente previsto al termine di un equo processo con il serial killer legale addetto alle pratiche di uno stato assassino. Potrà sembrare curioso e paradossale che a un “relativista” come me tocchi muovere a lei un’accusa – di indifferentismo etico, appunto – da cui, secondo la logica comune (e forse anche secondo la sua, direttore), dovrebbe più difendersi. Ma io preferisco distinguere, non chiamare tutte le cose con lo stesso nome: neppure per un’onesta urgenza morale, neppure quando le “cose cattive” suscitano un moto di ribellione, che si vorrebbe, per semplicità, indistinto e comune. L’esecuzione di Saddam e l’omicidio di Anna Politkovskaya non sono un identico uccidere. Il dottor Mengele e il dottor Viale non fanno lo stesso mestiere. Una donna che angosciosamente chiede la diagnosi pre-impianto o attende i risultati dell’amniocentesi, per poi magari risolversi all’aborto, è sicuramente mossa da un complesso di complicatissime ragioni, a volte anche censurabili quando non disprezzabili: ma nessuna di esse rimanda alle teorie di Alfred Rosenberg. Capisco e rispetto il rigore astratto e intransigente della chiesa di monsignor Cafarra che mette su un identico piano di condanna etico-religiosa l’omicidio, l’infanticidio, l’aborto e l’uso del preservativo chiedendo l’obiezione di coscienza ai farmacisti. Ma, direttore, quella stessa chiesa, in nome della sacralità della vita, con coerenza condanna indifferentemente l’aborto e la guerra; qualunque guerra. Anche quella del Golfo, quella in Iraq e in Afghanistan, che lei e io abbiamo sostenuto caricandoci sulle spalle gli inevitabili t’omicidi” di civili innocenti.
Perché, appunto, sappiamo di poter e dover chiamare con nomi diversi e politicamente trattare in modo diverso cose diverse. La morte in guerra é la morte in guerra. L’omicidio é l’omicidio. L’aborto é l’aborto. Le scorciatoie sono efficaci, potenti sul piano dialettico e meno faticose della distinzione, ma sono politicamente sterili quando non pericolose.
Comunque, buon lavoro. E’ prezioso, in politica, parlare anche di cose “prime” e “ultime” (Sciascia ci ha magistralmente raccontato di come Stalin interruppe angosciato e furibondo una telefonata con Pasternak che chiedeva di incontrarlo per parlargli “della vita e della morte”). Credo, al pari di molti, di amare la vita in ogni sua forma e di averne un rispetto supremo. Se l’obiettivo è ridurre la pratica dell’aborto confinandola nella marginalità statistica, anche promuovendo e agevolando l’accoglienza dei figli, e un obiettivo comune. saluterei, per altro, con esultanza anche la moratoria degli aborti quando, per miracolosa coincidenza, maturassero le condizioni per la loro riduzione a zero e non solo per la loro interdizione simbolica. Ma non credo ai miracoli.
E credo che per perseguire 1′obiettivo servano assai di più i preservativi e tutto quanto consenta alle donne e agli uomini di scegliere prima la maternità e la paternità per non dovere, a prezzi molto più alti, scegliere dopo l’aborto.
Con la stima di sempre
Benedetto Della Vedova


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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