Dieci buoni motivi per non tassare le rendite

Il dossier: l’eventuale gettito sarebbe di 4-6 miliardi subito, poi diventerebbe indeterminabile perché è già iniziata la fuga da mercati e Bot

Di Benedetto Della Vedova da Il Giornale del 10 gennaio 2008 pag. 13

La tassazione delle rendite finanziarie (che il Governo derubrica come semplice “armonizzazione”) è ritornata prepotentemente agli onori della cronaca. Le posizioni della sinistra radicale ieri sono state chiare: portare al 20% l’aliquota sui guadagni da capitale in Borsa e sui rendimenti delle obbligazioni entro marzo, come ha dichiarato la relatrice del ddl sulle rendite Donatella Mungo (PRC). Cioè aumentare del 7,5% la tassa sul capital gain realizzati dai risparmiatori per la vendita di un’azione in Borsa e per la cessazione di un titolo obbligazionario. La manovra colpirebbe però anche i detentori de titoli di Stato, Bot, Cct , Btp, anche se la sinistra chiede che fino ad una certa cifra i ceti medi e bassi vengono esclusi. Gli interessi che questi corrispondono verrebbero tessati anche essi al 20%. A parziale compensazione delle tasche degli italiani scenderebbe l’aliquota, sempre al 20%, delle imposte sugli interessi bancari, oggi al 27%. Il saldo finale è difficile da quantificare, e molto dipenderà dalle tecnicalità con le quali si procederà all’armonizzazione. La sinistra radicale ha fatto della tassazione delle rendite finanziarie una battaglia di principio come ha ribadito anche ieri Manuela Palermi del Pdci. Ma all’interno il Governo è diviso per due motivi: l’effettiva capacità di generare entrate per lo Stato, e il segnale negativo che si darebbe ai Bot people. Nei prossimi giorni la palla passerà sui tavoli della trattativa Governo-Sindacati sul recupero del potere d’acquisto dei salari.

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (articolo 47 della tanto lodata Costituzione italiana); e Luigi Einaudi aveva le idee chiare: “Il risparmio non è un flusso finanziario che va al consumo, anzi è la rinuncia ad un consumo presente per ottenerne uno futuro. Il profitto sul risparmio (gli interessi) è il prezzo di questa rinuncia. Tassare gli interessi vorrebbe dire creare una discriminazione tra consumi presenti e futuri, vorrebbe dire bloccare il movimento fisiologico dell’attività economica, produttiva e di investimento.”
Ecco dieci buone ragioni per opporsi alla minacciata “armonizzazione delle rendite finanziarie che, per come si presenta, risponde al furore ideologico più che alla razionalità economica.

1. Secondo la più recente indagine di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie (dati 2004), il 28,3% delle attività finanziarie detenute dalle famiglie italiane è nelle mani di impiegati e operai, il 36,6% è appannaggio delle famiglie dei pensionati. Nel nostro paese, in assenza di un robusto “secondo pilastro” di previdenza integrativa, è cresciuto un “terzo pilastro”, quello degli investimenti con funzione previdenziale.

2. Se si dovesse applicare la nuova aliquota su tutti i titoli in circolazione, ci sarebbero maggiori entrate per 4-6 miliardi di euro annui (la riduzione dell’aliquota sui depositi in conto corrente dal 27 al 20% comporterebbe un risparmio di appena 800 milioni di euro). Se la nuova aliquota fosse applicata solo sulle nuove emissioni, l’extra-gettito per il 2008 ammonterebbe a poche centinaia di milioni, per poi crescere negli anni successivi.

3. Una misura che produce maggior gettito per le casse dello Stato è una forma di “inasprimento” fiscale, non di “armonizzazione”. Per avere un allineamento tra conti correnti e altre attività finanziarie a parità di gettito, si dovrebbe fissare la nuova aliquota al 14%.

4. Sembra che il governo voglio usare il gettito di questa misura come copertura per una riforma dell’Irpef sui lavoratori dipendenti. Sarebbe una scelta avventata: il gettito derivante da inasprimento della tassazione delle attività finanziarie è aleatorio e non predeterminabile. In presenza di un’inversione di tendenza dei mercati finanziari, si rischia un effetto boomerang.

5. L’ipotesi di un’applicazione “mirata” della nuova tassazione, applicando l’aliquota del 20% solo alle nuove emissioni, esentando i titoli di stato o prevedendo meccanismi di esclusione dei pensionati e dei piccoli risparmiatori, creerebbe una segmentazione pericolosa dei mercati finanziari, dando luogo a distorsioni sui prezzi dei titoli e complicando la gestione del debito pubblico (forse ci si dimentica quanto avvenne nel 1987 e 1988 quando, per i titoli pubblici, si passò dalla esenzione alla tassazione del 6.25% e poi al 12,5%).

6. L’introduzione di meccanismi di esenzione di particolari categorie di percettori di reddito da capitale, ipotizzata dal sottosegretario Grandi, sarebbe possibile solo attraverso l’inserimento dei redditi da capitale nelle dichiarazioni dei redditi, ossia facendo cadere il vantaggio della tassazione separata e aprendo la strada all’assoggettamento dei redditi da capitale alla tassazione ad aliquota marginale.

7. Come mostra un recente studio della Banca d’Italia, un inasprimento della tassazione sul risparmio può forse permettere un aumento di breve periodo dei consumi (si risparmia meno, si consuma di più), ma inibisce l’aumento dello stock di risparmio utile per finanziare gli investimenti e la crescita economica di lungo periodo. In più, una maggiore tassazione dei redditi da interesse deprime l’offerta di lavoro (a che serve lavorare di più se il risparmio, frutto del mio lavoro, verrà pesantemente tassato?).

8. I dati di Assogestioni, evidenziano una vera e propria fuga dai fondi di investimento italiani: meno 21 miliardi nei soli mesi da settembre a novembre 2007. Sicuramente hanno influito la scarsa fiducia verso i mercati finanziari ed una minore disponibilità economica delle famiglie, ma due anni di annunci e smentite sull’aumento della tassazione hanno certamente contribuito ad alimentare il clima di incertezza.

9. La crescita dei profitti non è eguale andamento dei salari (la quota di incremento della produttività catturata dal lavoro diminuisce a favore di quella acquisita dal capitale). Invece che chiedere ideologici interventi redistributivi sulle rendite, una politica responsabile dovrebbe porsi il problema di come sostenere la trasformazione del reddito dei lavoratori da “puro” salario a ricchezza più variegata, che includa i redditi da capitale. In una prospettiva di lungo periodo, va promossa – e non disincentiva con la tassazione – una maggiore propensione verso gli investimenti finanziari diversi dalla “casa”.

10. Una delle motivazioni ricorrenti per giustificare la riforma è quella secondo cui un’aliquota al 20% permetterebbe un allineamento della tassazione ai regimi vigenti negli altri paesi europei. Se è vero che in Europa la tendenza è avere aliquote sul risparmio superiori a quelle italiane, è altrettanto vero che – da tempo – in tutto il continente si assiste ad una graduale ma costante riduzione della tassazione sul reddito. In più, a rendere poco efficace il confronto tra paesi vi è poi la considerazione del ruolo previdenziale e non speculativo che le attività finanziarie svolgono in Italia.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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