Una moratoria sull’ideologia

Non è la scienza a spiegare ciò che è sacro. Non è la natura a insegnarci la morale

di Carmelo Palma, da L’Opinione del 9 gennaio 2008

Non esiste dilemma bio-politico su cui, anche nelle discussioni più comuni, non si cerchi di oggettivare in termini “naturali” il limite della libertà morale e l’argine all’arbitrio e alla licenza nel comportamento umano. Eppure, su ciascun dilemma, la riflessione umana abbandona ben presto il piano della natura, o finisce per identificare come “naturale” un ordine che viene istituito per dare corpo ad una esigenza morale, non per descrivere un “equilibrio” dimostrabile come dato. E’ ovvio, in questo quadro, che l’unità della “natura” si scomponga in una molteplicità di “nature” diverse e incompatibili. E allora? E’ credibile che “l’ordine naturale” sia uguale per chi crede in un  disegno provvidenziale di salvezza e per chi invece esclude che il destino umano si sottragga alle leggi della determinazione o del caso?
Allora, per meglio discutere gli argomenti e le proposte della “grande moratoria” sull’aborto, si impone forse una “piccola” e preliminare moratoria: quella sull’uso e sull’abuso che ormai manifestamente si fa, nel discorso pubblico comune e non solo in quello di dottrina, del termine “naturale” (concepimento naturale, morte naturale…), anche quando il riferimento è chiaramente assiologico e non biologico e rimanda a un giudizio (e a una scelta) di valore, e non ad una situazione di fatto, su cui possa verificarsi, per prova ed errore, una conoscenza più o meno veritiera.
Non è la scienza a dirci che la vita umana è sacra fin dal concepimento, né a suggerirci il contrario. Non è la scienza a persuaderci che la morte cerebrale equivale alla morte tout court e che quanti versano in quella drammatica condizione sono “espiantabili” a beneficio degli altri malati e non invece “creature umane” da assistere esattamente come quelle che beneficiano di prognosi più favorevoli. A determinare queste scelte sono sempre e solo “giudizi di valore”, su cui la scienza non sputa sentenze a richiesta, come un juke box, né adempie alla funzione di costruire “assoluti” per conto della politica.
A differenza di quanto possono pensare gli alfieri della polemica anti-relativistica, l’Occidente può ampiamente sopravvivere a questa confusione (più propriamente: a questo pluralismo) morale, usando con cautela la bussola della libertà personale, ma non può neppure per un secondo resistere al tentativo di piegare la sua costituzione politica all’idea di ripristinare “l’ordine naturale” come principio fondamentale del suo modello di convivenza. L’Occidente è la scommessa (vinta alla grande, fino ad oggi) di rendere politicamente compatibili, secondo regole comuni di convivenza, obiettivi e ideali di vita moralmente incompatibili, ma liberamente perseguiti da individui, che la legge tutela dalla violenza e non dal “male”.
Ciò nonostante, che la costituzione politica dell’Occidente si fondi sulla tutela della libertà dei cittadini, e non dei loro valori, è da un po’ di tempo fonte di tormentoso imbarazzo. Che l’unità e l’identità dell’Occidente si articoli non su di un’unità e identità di convinzioni, ma su di una uguaglianza di diritti fondamentali e, in questo, su di una “comunanza di destino” appare, da un po’ di tempo, una ragione di debolezza, o addirittura una colpa. Ma se c’è la libertà, essa è sempre libertà di “cose diverse”.
La polemica anti-relativistica ha provveduto a resuscitare il cadavere ideologico della “natura”, perché battagliasse con l’idea di un insopportabile “debolismo morale”. Macabro scontro, a ben guardare: un morto contro un feticcio. E così, dove si pensa di andare? Davvero l’Occidente che ha teorizzato e praticato un modello di convivenza così aperto, avrebbe smesso di fare guerre di religione per poi ritrovarsi dopo qualche secolo a fare “guerre morali”?
Non c’è dubbio che in questo quadro spicca l’attivismo della Chiesa Cattolica, che si è messa d’impegno non solo per riproporre, sul piano culturale, un ideale razionalistico che sull’ideologia della “natura” costruisce il medium fra fede e ragione, ma anche per rivendicare, sul piano politico, un ideale organicistico, che, proprio in nome della “ragione naturale”, accetta la separazione tra Stato e Chiesa ma non quella tra legge e morale. Ed è singolare (con una sua tragica grandiosità, indubbiamente) il processo che porta la Chiesa a farsi sempre più implacabilmente nemica dell’Occidente, proprio mentre rivendica di rappresentarne le più profonde e feconde radici.
La polemica che si è riaccesa sull’aborto non sembra dunque destinata a riaprire una riflessione, tutt’altro che inutile e gratuita, sull’uso sociale e personale dell’aborto volontario. Viste le premesse, sembra proprio servire a tutt’altro.

Carmelo Palma
c.palma@riformatoriliberali.it


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

Comments are closed.