Democrazia Linguistica: lettera aperta a Valeria Manieri

Il dibattito sul Forum

Cara Valeria Manieri,

ascoltando il tuo ultimo intervento durante la direzione dei radicali italiani non ho potuto fare a meno di non soffermarmi, dato che da anni studio questo fenomeno, sul tuo breve accenno alla questione linguistica soprattutto in relazione al processo di internazionalizzazione delle imprese e della formazione, nonché sulla tua posizione che vede la conoscenza dell’inglese tra i giovani universitari come presupposto necessario ai fini di acquisire competitività a livello internazionale.

In realtà, non posso negare l’importanza che ha assunto oggi la lingua inglese nel contesto di globalizzazione della cultura e della comunicazione, neanche il ruolo di quasi “lingua franca” che da diversi anni occupa all’interno del settore della formazione nel nostro Paese. Questo però non mi porta a giustificare un processo che più di internazionalizzazione si presenta in realtà come un processo di anglofonizzazione graduale, il quale anziché arricchire il nostro sistema di formazione attraverso l’inserimento e l’integrazione di una dimensione transnazionale nelle attività accademiche di didattica e di ricerca, lo impoverisce linguisticamente e quindi anche culturalmente.

A mio avviso, il processo di costruzione di uno spazio europeo dell’istruzione superiore e della ricerca, il cosiddetto Processo di Bologna, di cui condivido in pieno lo scopo, viene portato avanti senza alcuna considerazione della dimensione linguistica. Trovo inacettabile che un sistema universitario “europeo” non dedichi la giusta attenzione ai problemi linguistici che inevitabilmente sorgono nel momento in cui si parla di internazionalizzazione, non curandosi dei risultati dell’insegnamento scolastico delle lingue che si mostrano spesso deplorevoli, e trovo contraddittorio che si prometta ai giovani, attraverso l’insegnamento in lingua inglese come ultimamente sta accadendo in diversi atenei italiani, un facile inserimento in un ambiente di lavoro plurilingue nel momento in cui la sola lingua privilegiata è l’inglese a danno di tutte le altre. Credo che il processo in atto oggi nelle nostre università mortifichi la diversità linguistica che come saprai rappresenta uno dei valori guida dell’unione europea.

Dovremmo riflettere sulle complicazioni della comunicazione linguistica, vale a dire sulle ineguaglianze e sui costi, che la nostra società si trova ad affrontare. L’obiettivo dei nostri apparati di istruzione e di ricerca dovrebbe mirare all’adozione di un sistema di comunicazione equo, che non crei alcuna discriminazione tra i giovani europei. Privilegiare la sola lingua inglese, come accade oggi, crea inevitabilmente disparità e discriminazioni sia sul piano della formazione che su quello del lavoro. Se la sola lingua usata è l’inglese, le persone madrelingua beneficeranno di un vantaggio linguistico confronto ai loro colleghi sfavoriti semplicemente per nascita.
Inoltre, l’apprendimento linguistico prevede un importante investimento sia in tempo che in denaro da parte di uno Stato. Questo causerebbe un altro motivo di disparità rispetto ad uno Stato anglofono che, invece, non spende un centesimo su tale fronte e reinveste tali risparmi avvantaggiandosi ulteriormente su altri settori.

Perciò, al contrario tuo, non trovo scandaloso che i nostri professori non parlino tutti perfettamente inglese, trovo piuttosto scandaloso il fatto che in un Paese democratico un giovane sia costretto a frequentare corsi di lingua inglese, magari togliendo tempo alla sua specifica formazione, per poter lavorare nel suo Paese così come nell’Unione, la quale professa da sempre le pari accessibilità allo studio e al lavoro per i suoi cittadini. Inoltre mi appare strano che, parlando tu di competitività ed innovazione, non tenga nella benché minima considerazione quella che, proprio nell’area radicale, ho trovato essere un’idea di grande innovazione sul fronte della comunicazione internazionale equa e non discriminatoria: la sperimentazione della Lingua Internazionale detta Esperanto. Forse è mancata in tutti questi anni (ho visto che la Mozione che indicava la questione Esperanto tra le 5 battaglie prioritarie del Partito Radicale è, addirittura, del 1993) anche la volontà di confrontarvi/ci tra compagni.

In conclusione, credo che un sano processo di internazionalizzazione dovrebbe incentivare il dialogo interculturale, favorire gli scambi linguistici, arricchire il patrimonio culturale-linguistico di ogni cittadino e non favorire uno spazio europeo monolingue, come quello anglofono, limitando la libertà di scelta di studio delle lingue al solo inglese. Non credo che “obbligare” un giovane a studiare l’inglese per un più facile inserimento nel mondo del lavoro sia un concetto degno di uno Stato democratico.

Cari saluti
Eleonora Mongelli


No Responses to “Democrazia Linguistica: lettera aperta a Valeria Manieri”

  1. valeria manieri ha detto:

    volendo c’è anche la mia risposta:-)

    la più amata dagli esperantisti…:-)

  2. admin ha detto:

    la tua risposta è già linkata nel forum dove hai scelto di pubblicarla.

  3. Andrea Balestri ha detto:

    Ahhh adesso ricollego tutto quanto diceva Valeria sul blog di muffin! Io l’esperanto lo parlo, ma al momento ritengo la questione troppo complicata per le mie competenze. Un punto di vista implicitamente contrario all’Esperanto è anche quello di Lombardi Vallauri e lo si può trovare qua, ascoltando il materiale audio incluso nella pagina: http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=228013

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