Italiani tristi e senza speranza: chi è causa del suo mal pianga se stesso

L'immagine “http://www.linux.it/LUG/italia.gif” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Di Marco Paolemili

I sintomi depressivi sinora sopiti dal nostro sistema assistenzialista e deresponsabilizzante sono risaliti in superficie

L’incidenza della depressione è in aumento nel mondo, sempre più persone si ammalano del “male oscuro”, anche se rimane ancora dubbio se questo aumento sia reale o relativo al maggior numero di diagnosi, alla maggiore attenzione che negli ultimi tempi si sta restituendo a questo disturbo. Abbiamo appreso, attraverso gli articoli del “The New York Times” e del “The Times” che Luisa Corrado, un’economista italiana, avrebbe condotto una ricerca con l’Università di Cambridge e avrebbe scoperto che noi Italiani siamo il popolo meno felice tra gli abitanti dei quindici paesi dell’Europa occidentale. Molti, ma non tutti, conoscono i sintomi della depressione. L’umore depresso per la maggior parte del giorno è soltanto uno di questi. I sentimenti di tristezza, il senso di vuoto, il sentirsi senza uscita o senza prospettiva sono riferiti dal depresso stesso, oppure evidenti agli occhi di familiari, amici o colleghi. Ci sono poi altri sintomi come la diminuzione d’interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività, le modificazioni dell’appetito, l’insonnia o l’ipersonnia, l’agitazione e l’irrequietezza oppure il rallentamento psicomotorio, la stanchezza e la mancanza di energia, i sentimenti di svalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati, la ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, e infine i ricorrenti pensieri di morte e l’ideazione suicidaria.
Qualche lettore avrà riconosciuto questi sintomi come vissuti almeno una volta nella vita, non tutti insieme e non per lungo tempo per chi abbia attraversato un intenso, e fisiologico, momento di tristezza e disperazione, più marcato per chi abbia veramente sofferto di un episodio di depressione nel proprio passato. Le statistiche non vedono l’Italia ai primi posti per numero di malati di depressione maggiore e non la vedono ai primi posti nemmeno per numero dei suicidi, dove primeggiano ancora gli arrembanti paesi dell’Europa dell’Est e le floride economie dei paesi scandinavi.
Però, quel primo criterio, quel sentirsi un po’ vuoti, senza uscita o senza prospettiva, noi Italiani lo sentiamo veramente più presente di un tempo. Colpa ne hanno sicuramente giornali, televisioni e nuovi media, che non fanno che amplificare smodatamente queste sensazioni, rendendo nero un cielo che forse è solamente grigio. Ma anche i giornalisti forse sono colpiti da questo male e trasferiscono la loro sofferenza nel lavoro. Anche un impiegato della posta triste lavorerà con più lentezza e inefficienza e risponderà male all’utente in coda, il giornalista ha l’onore e l’onere di amplificare e diffondere il proprio lavoro bel al di là delle mura del suo ufficio, e forse questa è la sua unica “colpa”. Il giornalismo, come tante altre professioni, risente della pesantezza, della mancanza di energia vitale che sta contraddistinguendo la produttività dell’Italia. I mali li conosciamo tutti, ma la consapevolezza della difficoltà a risolverli una volta per tutte pone l’Italiano in quella condizione di tristezza, di mancanza di prospettiva futura e conseguentemente di fiducia non solo nelle istituzioni (quella potrebbe anche essere sfruttata positivamente per accrescere le potenzialità individuali), ma in se stesso.
Nella depressione vera, secondo una prospettiva cognitivista, questi sentimenti negativi sono originati da idee distorte e irrazionali che fungono da “traduttori erronei” della realtà. Eventi avversi o semplicemente situazioni comuni, sono interpretati in modo da determinare nell’individuo sentimenti di demoralizzazione e tristezza perché visti come insormontabili, senza rimedio alcuno. E’ quello che succede oggi nell’ambito sociale e politico. “Da solo non ce la posso fare” è il messaggio più facilmente deducibile dal funzionamento del nostro sistema. Evidenza prima di questo pensiero è la raccomandazione. Ne parla Giovanni Floris nel suo ultimo libro “Mal di merito. L’epidemia di raccomandazioni che paralizza l’Italia”, ne hanno parlato tanti altri, senza trovare una soluzione forse anche perché mai a parlarne sono state persone che rappresentino un’eccezione al sistema. Dal cinema alla sanità, dall’università alla politica, figli e altri parenti, amanti e amici ricoprono ogni ruolo disponibile, al punto tale che per accontentare la pletora di raccomandati di continuo vengono inventate commissioni, uffici e incarichi dirigenziali ad hoc.
Se proviamo ad analizzare sempre in chiave cognitivista la situazione d’immobilità che si è venuta a creare, ne possiamo dedurre facilmente che essa costituisce nient’altro che la conseguenza di un sistema d’idee, pensieri e valori caratteristici della nostra società, mediante i quali attingiamo sempre quando un evento ci si pone di fronte. Uso la prima persona plurale per non deresponsabilizzare nessuno, chi scrive compreso, rendendo tutti artefici della propria condizione. Non è la società a essere corrotta, lo siamo noi. Perché dal saltare una fila perché si conosce l’amico che sta all’entrata della discoteca, al diventare direttore generale di un ospedale, ne passa molto è vero, ma il meccanismo alla base è lo stesso.
“Da solo non ce la posso fare” è sempre il pensiero che tra i primi ci viene in soccorso per affrontare una situazione che richiede impegno. Siamo andati avanti così per decenni, il nostro sistema interno ha sempre retto perché in un modo o nell’altro quasi tutti sono riusciti a trovare un amico potente, un sindacato benevolo, un politico di turno bisognoso di scambiare voti con favori. I sintomi depressivi erano così sopiti o spinti così in fondo da non essere riconoscibili, anche perché finché il meccanismo non s’inceppa, in ogni situazione di vita, la sofferenza non si fa sentire. Che cosa succede ora? Perché proprio adesso compare il disagio? Abbiamo preso coscienza della nostra condizione francamente deprimente? E in che modo? Rispondere a questi interrogativi è meno facile di quanto si creda, anche perché senz’altro i fattori scatenanti sono molteplici e non necessariamente comuni per tutti gli italiani.
La stampa estera ha compiuto una disamina abbastanza precisa, benché superficiale, dei nostri problemi. Ha funzionato come uno psichiatra che, nei primi incontri con un paziente, riesce a inquadrare bene il disturbo che l’ha colpito, non tanto perché ha gli strumenti per porre una diagnosi ma piuttosto perché ha la possibilità di osservare dall’esterno il malato. La comunicazione, sempre più globale, rapida e precisa ci ha consentito di andare a vedere come vivono i nostri vicini. Abbiamo capito che l’America, come mito dorato dell’efficienza, non è così lontana e che anche i nostri vicini se la passano meglio di noi. Abbiamo preso un volo low cost a meno di 50 euro e siamo andati un po’ ovunque in Europa e abbiamo visto che un ricercatore universitario può mandare un curriculum a un’università anche senza fotografia e senza dover dire grazie a nessuno e guadagnare 3500 euro al mese. Abbiamo capito che i discorsi secondo i quali in quei paesi si guadagna di più perché il costo della vita è più elevato, andavano bene prima dell’avvento dell’euro e dell’impennata conseguente dei prezzi.
Il nostro sistema interno, insomma, è stato attaccato e i meccanismi di difesa, stavolta citando la psicodinamica, non hanno più retto. Neanche la nostra economia ha retto, qui il meccanismo di difesa è venuto completamente a mancare: è arrivato l’euro e la svalutazione della nostra moneta nazionale, per far fronte ai problemi, non è stata più possibile. In poco tempo ci siamo ritrovati senza difese, senza luoghi immaginari dove trovare riparo. In altre parole, ci siamo trovati senza un’ala protettiva di una madre chioccia accudente. La Grande Madre: così noi Italiani abbiamo identificato da sempre lo Stato. La Madre-Stato dispensa i diritti, il diritto alla casa, il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione, il diritto alla salute. Con la parola diritto però abbiamo identificato i bisogni e, come le dottrine Marxiste e stataliste ci avevano insegnato, abbiamo demandato allo Stato il compito della loro soddisfazione. Abbiamo riprodotto un rapporto madre figlio su larga scala, senza renderci conto però che questo tipo di relazione produce disturbi nelle relazioni familiari e nella psiche dei figli (è vasta la letteratura a riguardo, da Freud a Kline, a Bowlby, per citarne solo alcuni). I figli, i cittadini, infatti, soffrono perché non sono cresciuti, hanno appreso dei comportamenti di tipo infantile, a livello psicologico e di conseguenza culturale, secondo i quali basta “piangere” per ottenere più cibo poiché è la madre a dispensarlo.
Nella scuola, luogo chiave poiché è soprattutto lì che si apprendono i comportamenti sociali, questa dottrina della Madre-Stato viene assunta come fondamento. La meritocrazia non va al di là del voto in pagella, voto che porta, ancora una volta, conseguenze in ambito familiare (perché è fondamentale per il bambino assecondare e compiacere i genitori). Non ci sono incentivi, rinforzi efficaci, a far meglio, a studiare di più. Si aiuta, com’è giusto che sia, lo studente che rimane indietro, ma non si aiuta chi ha grandi potenzialità a raggiungerle, a diventare più bravo.
In questo luogo non è possibile che accennare a quanto non si debba sottovalutare questo segnale che viene dalla società italiana. Non è elegante che a sottolinearlo siano stati degli altri paesi, ma proprio il fatto che siano stati dei nostri concorrenti e al tempo stesso nostri modelli (non per tutti gli Italiani: c’è chi brucia la bandiera a stelle e strisce e accusa la Gran Bretagna di servilismo) ci colpisce perché con il confronto ci rende consapevoli del terreno che stiamo perdendo.
Possiamo concludere e riassumere questo senso di tristezza che ci pervaderebbe con le parole di Albert Bandura, grande teorico dell’autoefficacia: “La configurazione in cui le persone si sentono inefficaci ma vedono altri come loro che godono i benefici dovuti al successo dei propri sforzi tende ad alimentare l’autosvalutazione e la depressione”. E’ questo che sente oggi l’Italiano, ci sentiamo inefficaci perché il nostro impegno e il nostro valore da soli non bastano e spesso non sono nemmeno parametri del successo personale. E questo lo apprendiamo facilmente quando scorriamo le biografie di politici, manager, persone dello spettacolo e non solo: sono figli illustri o hanno amici illustri dei quali si servono e che a loro volta servono. Non percepiamo la bravura di queste persone (non sanno far quadrare bilanci, non sanno amministrare, non risolvono i problemi, sono spesso individui con problemi giudiziari, riassumendo non sono modelli positivi) e ciò ci frustra. Negli altri paesi vediamo invece individui che lavorano, a volte più di noi ma non sempre, e che raccolgono i loro frutti tradotti in stipendi più alti, maggior successo, più alta qualità della vita, più affidabilità, più felicità.
Questa è solo la prima fase della terapia, purtroppo, ma è fondamentale. E’ bene che tutti noi cominciamo a capire la ragione dei nostri problemi, impariamo a capire che siamo artefici dei nostri problemi e anche dei nostri cambiamenti. Non saranno gli altri a farci cambiare, perché per uscire dalla nostra tristezza dobbiamo avere la forza di cambiare le nostre credenze, il nostro sistema. Saremo in grado? E’ arrivato il momento di chiederselo.

 

 


No Responses to “Italiani tristi e senza speranza: chi è causa del suo mal pianga se stesso”

  1. Alessandro ha detto:

    ottimo articiolo. una fotografia esatta del paese.

  2. umberto ha detto:

    salve mi chiamo Umberto e ho 21 anni. Ricordo che l’umore di massa, fino a prima dell’arrivo dell’euro e di altri problemi sociali,era migliore. La gente sorrideva di più, spendeva più soldi, le strade erano più affollate…mi chiedev una cosa,ma dato che i media hanno la capacità di influenzare la psiche delle persone, perchè non usare questi per risollevare l’umore nazionale? a me sembra un ottimo passo per iniziare un ascesa verso un ottimismo di massa, che possa restituire al cittadino italiano la voglia e la forza per avere quelle ambizioni che insieme faranno crescere la nostra società. Secondo me i politici dovrebbero creare un piano di programmi televisivi atto a stimolare quello che noi italiani abbiamo perso.secondo voi sbaglio?

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