Pena di morte: moratorie e meriti

di Mauro Mellini, da L’Opinione del 22 dicembre 2007 e su www.giustiziagiusta.info

L’O.N.U. ha votato, sia pure in un testo edulcorato e possibilista, la moratoria delle esecuzione delle condanne a morte. Il deliberato porta chiara l’impronta della matrice italiana per la quale le decisioni servono a stabilire che poi si dovrà decidere. Lo ha detto, del resto, anche Napolitano: è un punto di partenza.
Ora si tratterà dunque di vedere quali moratorie saranno imposte dai Paesi che conservano la pena capitale all’applicazione della moratoria. E’ probabile che il deliberato delle Nazioni Unite trovi applicazione, in pratica, solo, o quasi, in quei Paesi che ricorrono eccezionalmente ed in casi già assai numericamente limitati a tale pena, mentre lasci ancora per molto il tempo che trova in Paesi che hanno “la pena di morte facile”. Ma tant’è: il progresso non va avanti su binari levigati e rettilinei. E poi, ancora una volta, “beati gli ultimi, che saranno i primi”.
Una massima che vale anche per l’attribuzione dei meriti in ordine a questo pur sempre importante passo nella storia della civiltà. In televisione abbiamo visto esaltare l’evento come “cosa propria” da parte di personaggi che, se non sono stati  i primi a parlare di “moratoria” delle esecuzioni capitali, sono certo stati tra gli ultimi a giustificare il ricorso, anche spicciativo e disinvolto al boja ed alla forca. Non mi pare, infatti, ad esempio, che il nostro Presidente Napolitano abbia alzato un dito o fatto sentire il suo dissenso o, almeno, il suo “distinguo” quando in Ungheria la forca completò l’opera dei carri armati sovietici.
Nella passerella degli uomini politici che si sono succeduti sul video ad esaltare l’evento, Pannella, al quale tutto potrà contestarsi ma non certo la tiepidezza nel sostenere proprio questa iniziativa per la moratoria, è stato confinato all’ultimo posto o giù di lì.
A dare spiegazioni ed insegnamenti dell’alto valore di questo evento quale  espressione del rispetto incondizionato ed insuperabile ed immutabile dovuto alla vita umana, sono stati la Chiesa Cattolica ed il Vaticano, che (fortunatamente, certo) hanno mutato al riguardo opinione, superando non solo l’indifferenza per la pena di morte e per la sua applicazione, ma anche la pratica applicazione di essa negli Stati del Papa fino al 1870, quando il potere temporale della Chiesa fu traumaticamente soppresso a Porta Pia. Pio IX, recentemente proclamato beato, non solo lasciò che i tribunali (composti da ecclesiastici) del suo Stato emettessero condanne a morte e che esse venissero eseguite nelle piazze di Roma, ma personalmente intervenne  a dar mano a tale sistema, negando in alcuni casi la grazia a condannati.
Certo era la “tristizia dei tempi” a comportare tutto ciò. Ma ad alleviare tale “tristizia” ed a superarla, negando il diritto degli Stati alle uccisioni legali e rituali, valse assai più il pensiero e lo scritto di un illuminista come Cesare Beccarla che non l’insegnamento del successore di Pietro.
Lo diciamo senza scandalo e senza voler ridurre la portata sia dell’evento, sia della condivisione della sua realizzazione da parte della Chiesa, la cui importanza non ha bisogno di essere sottolineata. Le grandi vittorie dello spirito umano sono, infatti, vittorie di tutti, e non solo di quelli accorsi all’ultima ora a sostenerle, ma anche di quelli che le abbiano avversate.
Lo diciamo, piuttosto, perché stona assai proprio oggi, proprio in presenza di così promettenti e, magari ieri imprevedibili adesioni e collaborazioni a scelte di civiltà, la parola di censura e quasi di irrisione dell’”illuminismo” e del liberalismo che Benedetto XVI ha voluto pronunziare, accomunandoli nel “fallimento” al marxismo ed alla sua inane promessa di palingenesi dell’umanità.
Se lo scritto di un illuminista, di un “profeta disarmato” come Beccaria (tanto disarmato da portarsi dietro una gran paura di finire sotto le grinfie dell’Inquisizione!) e le parole, gli scritti e le opere dei liberali che a lui si ispirarono sono valse a giungere ad una così solenne, anche se un po’ vaga, pronunzia del massimo consenso internazionale, non solo, ma a provocare un così netto capovolgimento delle stesse posizioni della morale della Chiesa al riguardo, parlare di fallimento e di inanità dell’illuminismo e del liberalismo è per ciò solo erroneo e fuor di luogo.
Ciò va detto non tanto per ristabilire graduatorie di meriti e demeriti, ma, al contrario, per mettere da parte pregiudizi e condanne antiche, che furono e, potenzialmente, sono portatori di intolleranze e rappresentano, in quanto negazione di verità, il bacillo della malattia che sempre ha portato l’umanità al terribile passo di sopprimere parte di se stessa per affermare valori con ciò stesso calpestati.
Ciò detto, ed a tutti riconosciuto il merito che loro spetta per il molto o il poco che ieri o solo oggi abbiano fatto per cancellare questa bruttura del mondo, non resta che sperare ed operare perché la moratoria non resti vaga enunciazione, perché sia applicata e ad essa segua l’abolizione della pena capitale.


Comments are closed.