Divorzio: Tempi più ragionevoli

di Mauro Mellini da www.giustiziagiusta.info

E’ in corso di discussione al Senato un progetto di legge per accorciare i tempi della separazione legale necessari quale condizione per chiedere il divorzio. Da tre anni ad un anno, riducibile a sei mesi se, in assenza di prole, i coniugi concordino nella richiesta di scioglimento del matrimonio.
Nella precedente legislatura un progetto analogo fu bocciato con un voto a sorpresa in aula. Oggi sembra che sia venuta meno l’ostilità allora mostrata da alcune componenti cattoliche.
La ragionevolezza, dunque, sembra farsi strada.
L’idea che il divorzio debba concedersi solo ai coniugi che abbiano maturato un’anzianità di tribolata separazione, quasi che questa sia da considerare uno stato che, protratto a lungo, possa dissuadere i coniugi dall’ulteriore passo dello scioglimento del vincolo è, infatti, una autentica mistificazione.
Quando il 1° dicembre 1970 fu varata la “Legge Fortuna” che istituiva finalmente il divorzio, legge sottoposta a referendum (che la confermò) il 12-13 maggio 1974, sembrò necessario stabilire il termine di ben cinque anni di separazione (che poteva essere anche separazione di mero fatto se iniziata prima della entrata in vigore della legge). Ciò fu dovuto alla necessità di non far apparire ad un Paese, nel quale l’istituzione del divorzio era stata sempre presentata come causa della disgregazione delle famiglie e non come conseguenza e sanzione giuridica di essa, che la nuova legge non consentiva affatto “colpi di testa” e fulminei “cambi” di mogli e di mariti. Si noti che il progetto di legge del Sen. Sansone, il primo ad essere presentato nell’Italia repubblicana, e mai discusso, prevedeva nientemeno che la separazione durasse da quindici anni!
In realtà il termine quinquennale nasceva già “vecchio”. Una rapida evoluzione del costume faceva sì che dopo la separazione, con sempre maggior frequenza si instaurassero nuove unioni senza attendere il divorzio e destinate, quindi a rimanere di mero fatto per periodi assai lunghi, Spesso le tribolazioni di separazioni di coniugi, tuttavia vincolati da un rapporto matrimoniale “in quiescenza”, finivano per avvelenare non solo i rapporti tra i separati (con ricadute sulla prole) ma anche quelli tra i nuovi conviventi in situazioni di precarietà. Il problema delle “coppie di fatto”, di cui, poi, si è progettata la regolamentazione legale con “Dico” e simili, in parte notevole,  è legato proprio a questo lungo “catecumenato” dei divorziati.
La riduzione del termine quinquennale a triennale, successivamente stabilita dalla legge, si è rivelata ben presto assolutamente inadeguata.
Oramai anche i più puntigliosi avversari del divorzio hanno dovuto prendere atto che non è la facilità di accedere allo scioglimento del vincolo a determinare il deterioramento e l’insostenibilità della prosecuzione del rapporto che esso sottende.
Anche con la legge che sembra dover andar in porto, non si potrà certo parlare di “divorzio lampo”. Un anno  a partire dal provvedimento che dispone la separazione dei coniugi non è tempo troppo breve. Ad esso, poi, si aggiunge la durata del processo di divorzio che, anche solo per i meri incombenti di cancelleria, copie, registrazioni etc. etc. etc., non è mai troppo breve.
E’ augurabile che ad una provvida riduzione del termine necessario per l’ammissibilità della domanda di divorzio, non si voglia aggiungere chi sa quale “bilanciamento” con maggiori interventi del giudice sia pure, ed anzi, soprattutto, “nell’interesse della prole”, destinati a ridursi a farsesche ed inconcludenti discettazioni o, magari a deleghe azzardate ad assistenti sociali, col risultato di far litigare anche chi non ne ha voglia.
Auguriamoci che, come lo fu la “Legge Fortuna”, (ma non qualche sua modifica) questa legge sia improntata a semplicità e chiarezza. Una volta tanto.


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