Quanta demagogia verso gli Stati Caino

Non tutti i paesi che applicano la pena di morte sono equiparabili

di Carmelo Palma, da l’Opinione del 18 dicembre 2007

Circa un mese fa l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott ha pubblicato un articolo molto critico sulla proposta di moratoria delle esecuzioni capitali, che oggi potrebbe essere approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Emmot condivide l’idea che la pena di morte (la cui irreversibilità non consente di riparare agli errori, sempre possibili, delle corti giudiziarie) comporti un sostanziale “deficit di giustizia”; ma non condivide una battaglia che nella sostanza equipara i cosiddetti paesi mantenitori.
E’ difficile condividere il pregiudiziale scetticismo di Emmot sulla proposta di moratoria, che non è affatto, come ritiene l’ex direttore dell’Economist, “destinata a fallire”, avendo innanzitutto il pregio di sfuggire ad una logica impositiva, che non avrebbe consentito l’apertura di alcuna discussione e di una vera partita politica sulla pena di morte in sede Onu. Partita politica apertissima – e che tale rimarrà nel prossimo futuro – il cui punteggio sta però nettamente volgendo a favore delle istanze abolizioniste.
Detto questo, ritengo però utilissimo l’invito di Emmot a riflettere sulle radicali diversità di regimi politici che la pena di morte rende, apparentemente, uguali. E ritengo che questo monito debba, a maggiore ragione, essere ribadito in un paese, come l’Italia, avvezzo alla retorica e poco aduso alla responsabilità sul piano internazionale: una cosa è la pena di morte applicata in stati di diritto (gli Stati Uniti, il Giappone…) in cui le sentenze sono l’esito di processi giusti, con ampie garanzie per gli imputati e con criteri rigidi di accertamento delle responsabilità e altra cosa (tutt’affatto diversa) è la pena di morte praticata in paesi come Iran, Siria  e Cina, in cui ad essere sommamente ingiusta non è solo la pena massima comminata ai colpevoli, ma la natura stessa del sistema politico e giudiziario.
Se l’Assemblea Generale dell’Onu, come tutti auspichiamo, approverà la proposta di moratoria, l’Italia potrà essere fiera di questo successo e riconoscente a quanti, come i radicali, si sono posti, da decenni, al servizio di questo obiettivo. Ma se la pena di morte diventerà, come già purtroppo avviene per la prosopopea di alcuni demagoghi e la disattenzione di alcuni analisti, il discrimine fondamentale della nostra politica internazionale, allora l’Italia potrà davvero dire di avere sciupato questo successo.
Prima che ampi settori della maggioranza giungano ad asservire il possibile e auspicabile successo all’Onu alla peggiore retorica anti-americana, occorrerebbe che qualcuno dicesse a chiare lettere che la pena di morte non distingue i paesi buoni da quelli cattivi, le democrazie dagli “Stati canaglia”. La pena di morte descrive una fase (che si hanno molte ragioni per giudicare “arretrata”) dell’evoluzione del diritto penale e del sistema giudiziario, contrassegnata dall’assoluta centralità della funzione retributiva della pena. Anche la pena di morte appartiene alla storia del rule of law. Sempre più al suo passato, auspichiamo. Ma comunque alla sua storia e non solo a quella dello Stato Assoluto. Non è dunque la pena di morte il “marker politico” che ci consenta, oggi, di tracciare una frontiera certa tra gli amici e i nemici della libertà, dello stato di diritto e della democrazia.
La riflessione sulla pena capitale ha offerto un fortissimo impulso alla modernizzazione politica e istituzionale di alcuni paesi (si pensi alla Turchia), ma non costituisce la prima, unica o fondamentale chiave di svolta liberale e democratica. A distinguere gli “Stati Caini” dagli altri, non è la permanenza in servizio del “boia legale”, ma l’esistenza di un sistema di diritto, che preservi i cittadini dalla persecuzione arbitraria e dalla violenza: innanzitutto da quella politica. La Russia ha pensionato il boia da un decennio, ma negli apparati giudiziari, di intelligence e di polizia, i “killer di stato” hanno continuato a lavorare a pieno servizio. Sarebbe arrischiato considerare quindi la Russia un paese più liberale del Giappone. Allo stesso modo, la differenza tra la Cina e gli Usa non è data, quantitativamente, dal diverso “bilancio” delle esecuzioni (peraltro ampiamente a vantaggio di Pechino), ma, qualitativamente, dalla diversa “bilancia” utilizzata per processare e condannare gli imputati. Malgrado siano accomunati dalla pena di morte, gli Usa e la Cina incarnano due modelli diametralmente opposti di civiltà giuridica, anche e soprattutto in campo giudiziario. E opposta la loro immagine dovrebbe rimanere agli occhi dell’opinione pubblica.
Da questo punto di vista, neppure l’eventuale approvazione della moratoria riscatterà la politica internazionale del Governo Prodi, che ha alternato un esibito attivismo umanitario e un’incomprensibile e perniciosa neutralità politica su tutti i dossier più scottanti sul piano internazionale. Nella furia di correggere una politica troppo allineata con l’unilateralismo americano, la coalizione di governo l’ha disastrosamente “disallineata” dagli obiettivi di libertà e di diritto, che, dopo l’11 settembre, sono tornati ad essere, per quella eterogenesi dei fini che spesso la storia manifesta, il mainstream fondamentale della politica internazionale ed il nuovo fondamentale discrimine della “logica dei blocchi”.
Che il “nuovo” diritto umano a non essere uccisi a seguito di una sentenza debba, prima o poi, trovare posto nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo è obiettivo su cui si può politicamente convenire; ma non potrà surrogare i “vecchi diritti” alla vita, alla proprietà e alla libertà, che continueranno a distinguere, politicamente, il bene dal male.  Mentre l’ordine mondiale e la vita concreta di miliardi di persone sono quotidianamente minacciati dal fanatismo e dal dispotismo politico di alcuni veri “stati canaglia”, sarebbe il caso che non fosse lo “stato mantenitore”, lo “stato esecuzionista”, cioè in sintesi “lo Stato Caino” a diventare il nuovo “feticcio” del solito, stucchevole rito voodoo anti-imperialista, che tanto appassiona la sinistra italiana.

Carmelo Palma
c.palma@riformatoriliberali.it


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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