il pregiudizio anti omosessuale nel centrodestra italiano

E’ molto complicato fare i conti con la frana del pregiudizio anti-omosessuale che sta travolgendo il centro-destra italiano.
Complicato per due evidentissime ragioni: la prima è  che il pregiudizio anti-omosessuale è  una massa indistinta e pesantissima di tradizioni, paure e culture e non un gomitolo di ragioni difficili da sbrogliare, ma pur sempre comprese razionalmente tra un capo e una coda la seconda è  che, quando parte la frana, non c’è  quasi più nulla da fare: anche se la frana è  “solo” ideologica.
I conti si fanno dopo, quando, in mezzo alle macerie, si contano le vittime e si pensa a come e cosa ricostruire.
Le frane cambiano spesso irrimediabilmente il paesaggio. E questa frana sta cambiando il centro-destra in un modo profondo.
Molti forse festeggeranno la rivincita storica di un pregiudizio giusto e razionale, finalmente liberato dalle catene del “politicamente corretto” e capace di dispiegare nella cultura e nella società il suo potenziale educativo e formativo.
Io penso, al contrario, che non c’è  proprio nulla da festeggiare, se il centro-destra italiano (e, soprattutto, il nuovo partito berlusconiano) vorrà somigliare al partito repubblicano di Rudolph Giuliani più che al partito “Diritto e Giustizia” dei gemelli Kaczynski.

L’altra sera al Senato c’erano molte e buone ragioni per opporsi all’introduzione surrettizia di una norma anti-discriminatoria inapplicabile, fumosamente formulata, estranea all’oggetto del cosiddetto Decreto-sicurezza e utile, forse, a risarcire simbolicamente Rifondazione Comunista e la sinistra massimalista per gli scorni subiti. Vi erano anche ragioni per paventare che i reati di opinione tornassero a farsi largo nel nostro ordinamento, non entrando dalla porta di fattispecie chiaramente tipizzate, ma passando dalla finestra di una norma anti-discriminatoria inconsistente e affidata alle cure di una magistratura militante e disponibile. Eppure, il centro-destra non si è  limitato ad usare queste molte e buone ragioni che aveva a disposizione, con la dovuta durezza e con una comprensibile coerenza. Anzi, non le ha neppure usate. Le ha direttamente “abusate”, in modo ideologicamente mortificante, dopo averle affogate, fino a renderle inservibili, nella palude di un ragionamento che aveva un unico argomento, un unico bersaglio, un unico nemico: il cedimento alla “cultura omosessuale”.

Alla fine, questo tipo di opposizione ha obiettivamente autorizzato chiunque a ritenere che, tra i partiti del centro-destra italiano, si conviene pressoché unanimemente che la discriminazione anti-omosessuale abbia una dignità e un rango (culturale e morale) più alto della discriminazione razziale o di genere. Che insomma, per dirla in soldoni, le famiglie non avrebbero alcun diritto a esigere dal preside di una scuola insegnanti maschi, bianchi e cristiani, ma avrebbero alcuni sacrosanti diritti per esigere un insegnante eterosessuale. Cosa legittima queste richieste, sul piano civile, politico, giuridico? Cosa ne giustifica l’urgente e simbolica attualità? Cosa ha fatto scendere in campo le truppe dell’ex Cdl? Il fatto che queste “legittime” discriminazioni corrispondano, almeno in parte, al pensiero espresso da Papa Ratzinger, in un paio di documenti redatti come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

In questo disastroso cortocircuito logico fondato sull’ipse dixit, si ripresenta peraltro un modello che ha consentito, a sinistra, di ricostruire la presentabilità civile di un altra impresentabile “cultura del pregiudizio”: quella anti-ebraica.
Come è  noto, da decenni la sinistra anti-imperialista si è  abituata a nascondere sotto il tappeto dell’antisionismo politico la “polvere” del vecchio antisemitismo razziale. Allo stesso modo, a destra si sta imparando a nascondere sotto il tappeto dell’”opposizione alla cultura gay” la polvere della vecchia discriminazione anti-omosessuale.
In entrambi i casi la trama del “tappeto” è  intessuta con sapienza, con abili e ricercati preziosismi: ma sotto il tappeto, la polvere rimane polvere. Per non dire di peggio. Con il che, certo, non si può dire che il tappeto non sia migliore della polvere che nasconde: bruciare una bandiera israeliana (e difendere il relativo “diritto di opinione”), non è  come bruciare gli ebrei. “Lapidare” simbolicamente i rappresentanti dell’ “anomalia omosessuale”, chiedendone l’allontanamento dalle scuole, dai luoghi di educazione, dai centri di aggregazione e di divertimento dei giovani e delle famiglie perbene, in modo da arginarne il contagio sul piano della cultura, del costume; questo colto e argomentato “lapidare” – dicevamo -non è  neppure lontanamente paragonabile alla lapidazione fisica degli omosessuali, a cui ancora si dedicano con una certa costanza alcuni regimi islamici. Non sarà chi molto apprezza i frutti del relativismo, come il sottoscritto, a non cogliere tutto il peso di queste differenze “relative”.

Il problema è  che però in nessun paese dell’Occidente avanzato la “pacifica” militanza antisionista o anti-omosessuale (espressione di un intangibile diritto di opinione) è  in grado di costituire, in quota parte, la piattaforma politica di un grande partito di governo.
Qui sta il nodo politico che nel centro-destra italiano qualcuno si dovrebbe sbrigare a sciogliere, prima di finirne definitivamente strangolato. Né Cameron, né Sarkozy, né la Merkel, né Giuliani civettano amabilmente con i combattenti delle “lobby anti-gay”, fino a riservare loro una pressoché esclusiva rappresentanza politica. Non sarebbe un grande risultato se in Italia, dopo avere avuto un governo con la kefiah, con ministri e segretari di partito che marciavano insieme a chi urlava “Dieci, cento, mille Nassiriya”, si facesse spazio ad un governo di inquisitori morali, sempre pronti ad urlare “Anatema”, e a rendere la vita civile degli omosessuali un anticipo di quel terribile inferno che li aspetterebbe, a quanto pare, nell’al di là.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

Comments are closed.