Il Papa, Prodi e il Dalai Lama

di Carmelo Palma da L’Opinione del 27 novembre 2007

Il peggio che si può fare, quando si parla della Cina, è sostituire il moralismo alla responsabilità politica. Il fatto che la Cina rimanga un enorme mattatoio delle libertà implica uno sforzo di realismo, non una fuga nei “paternoster”. Quando si fronteggia un  avversario politico è non solo preferibile ma obbligatorio anteporre l’etica della responsabilità a quella della convinzione (se vogliamo usare in modo schematico la classificazione weberiana), giudicando gli atti dalle loro conseguenze storiche concrete. Per fare questo, occorre però avere un senso realistico e coerente (non ideologico e neppure meramente affaristico) della concretezza storica e della responsabilità politica. Ad essere onestamente “realisti”, è il presunto realismo dei governi, in genere, a mostrare drammaticamente la corda.
Da questo punto di vista, mi pare evidente che il rifiuto di incontrare il Dalai Lama opposto dal Papa non ha lo stesso significato né le stesse conseguenze di quello che, prevedibilmente, opporrà al Dalai Lama il Presidente Prodi.
Il rifiuto del Papa è coerente e responsabile, perché del tutto in linea con la svolta impressa dal nuovo Pontefice alle relazioni con Pechino e anticipata nella “Lettera ai cattolici cinesi”. Che il disarmo politico vaticano nei confronti di Pechino sia poi una scelta giusta (cioè opportuna) anche in un’ottica difensiva è, ovviamente, tutt’altra questione e non sono pochi, tra cattolici e non cattolici, a nutrire serissimi dubbi in proposito. Però, rimane un dato di fondo: il Vaticano si deve far carico di garantire al meglio, anche politicamente, gli interessi di qualche milione di cattolici cinesi, perché questo, al di là di tutto, è il suo “mestiere”: non quello di gettarli in pasto alle ritorsioni sanguinose del Partito Comunista Cinese, in nome di un diverso ordine politico, che sostituisca quello che regna a Pechino.
I Governi degli Stati sovrani, invece, fanno un altro mestiere e quindi esercitano una diversa responsabilità storica, politica e morale. Per ragioni che hanno dunque a che a che fare con il realismo e la responsabilità (non con l’idealismo o la bontà),  i governi degli stati liberi e massimamamente quelli delle grandi potenze industriali devono fronteggiare la sfida politica lanciata (a loro e in realtà contro di loro) da parte della Cina nazional-comunista.
Quando Prodi rifiuterà di incontrare il Dalai Lama (posto che abbia almeno il coraggio di farlo esplicitamente) farà la scelta esattamente opposta a quella compiuta, negli ultimi mesi, dai massimi responsabili del governo di tre paesi membri del G8 (Germania, Usa e Canada), che hanno scelto di sfidare le ire e le minacciate ritorsioni di Pechino. E’ evidente che la loro scelta implica una diversa considerazione (e, se è consentito dirlo, intelligenza) della responsabilità politica che è chiesta ad un paese dell’Occidente industriale nello scontro, tutto politico, in corso con Pechino.
Bush, Merkel e Harper non hanno finto di confidare ottimisticamente che l’evoluzione politica cinese sia inscritta nella logica delle cose e nel corso degli eventi. E’ il realismo a suggerire loro la lettura opposta: in Cina la relativa liberalizzazione economica (drogata da fortissime dosi di dirigismo politico e contrassegnata dalle condizioni di vera e propria “cattività civile” in cui vive l’assoluta maggioranza della popolazione) non sembra destinata a consentire l’apertura a una moderna economia di mercato e ad un vero stato di diritto, ma al contrario a consolidare un modello alternativo e concorrente a quello occidentale – e a questo fortemente interrelato sul piano economico e politico, in una forma aggressivamente competitiva.
Se Prodi romperà, quasi unilateralmente, il fronte dei paesi più industrializzati nelle relazioni con Pechino, non lo farà per responsabilità, e soprattutto non farà una cosa responsabile. Risponderà, nelle migliori delle ipotesi, al riflesso condizionato che vuole la sinistra italiana, al di là della retorica, schierata a favore dei soli multilateralismi declinati in chiave anti-americana.
I riconoscimenti tributati al Dalai Lama, nel medio periodo, non faranno perdere alcuno spazio alle imprese occidentali nel mercato cinese, per la banale ragione che Pechino non può permettersi di azzerare, ritorsivamente, l’interscambio economico, commerciale e finanziario con l’Occidente. Ma il “bando” al Dalai Lama fa pericolosamente guadagnare spazio alle autorità di Pechino nel “mercato politico” occidentale, generando in esso nuove scomodissime divisioni. Il rispetto del principio della non-ingerenza negli affari di Pechino si tramuta in un potere di veto da parte del Partito Comunista Cinese nelle agende politiche delle istituzioni occidentali. Prodi tutto questo non solo lo accetta, ma lo sceglie, addirittura, per “senso di responsabilità”.

Carmelo Palma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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