4 novembre: intervento di Benedetto Della Vedova a Tirano per la festa dell’Unita’ Nazionale e delle Forze Armate

Signor Sindaco, cari concittadini tiranesi,
innanzitutto voglio ringraziare la Giunta comunale per questo invito, che mi onora oltre i miei meriti e che ho accolto con grande piacere.
Consentitemi di iniziare con un ricordo d’infanzia. Erano gli anni a cavallo tra i sessanta e i settanta e per me, che con gli amici venendo dal Lungo Adda IV Novembre passavo di qui per andare e tornare da scuola, questo in cui ci troviamo oggi era un luogo austero, misterioso e inaccessibile. C’erano grandi e alti alberi che coprivano alla vista l’obelisco e una fitta siepe che lo isolava dal passaggio. Solo i più temerari si avventuravano in prossimità delle lapidi con tutti quei nomi e cognomi così “tiranesi”.
Oggi l’austerità e il distacco di allora hanno lasciato il posto alla luce e questo piccolo ma significativo luogo di memoria, della nostra memoria, si offre alla vista di residenti e passanti. Trovo che sia giusto così: inevitabilmente con il passare delle generazioni gli uomini che hanno perso la vita nella grande guerra sono sempre meno fratelli o padri e sempre più nonni o bisnonni. Quello che era il luogo che custodiva un dolore ancora vivo di alcuni, diventa un luogo di riflessione e di richiamo per tutti noi.
Può sembrare strano che sia io, che non ho fatto il militare, a prendere la parola oggi: come molti della mia generazione scelsi a suo tempo il servizio civile, nella convinzione che potessi essere più utile al mio paese svolgendo altre attività in alternativa alla “naja”. E perchè ero convinto non già che non servisse un esercito, bensì che anche in Italia avessimo bisogno di un esercito di professionisti volontari. Come sapete, quell’auspicio è divenuto una realtà. Ed è bene che sia così, a mio avviso.
Oggi celebriamo l’Unità nazionale e le Forza Armate. Nella storia del nostro paese le due cose sono intimamente legate. E’ doveroso, quindi,ricordare coloro che hanno dato la vita novant’anni fa per completare il disegno unitario, cadendo in una guerra sanguinosa che vedeva i diversi paesi europei affrontarsi senza risparmio di violenza e di morte. Così come è importante ricordare che le armi – quelle dei valorosi combattenti italiani nella lotta di liberazione e quelle di quanti sono venuti da altri paesi a dare il loro apporto decisivo, americani in primo luogo – hanno fondato sessant’anni fa la Repubblica italiana nella libertà e nella democrazia.
Oggi, però, l’unità nazionale va rafforzata e confermata come unità di intenti e di valori di una comunità di uomini liberi e responsabili. Lavorare per l’unità del paese significa oggi lavorare per un’Italia che cresca civilmente ed economicamente con l’orgoglio di voler continuare a rappresentare in Europa un momento di eccellenza; significa riconoscere che l’Unità si costruisce non contro ma grazie al riconoscimento pieno delle autonomie regionali e locali, dove è giusto e necessario trasferire decisioni e soprattutto responsabilità; lavorare perchè i nostri figli vivano in un paese in cui l’unità nazionale sia valore significa anche saper assicurare un paese ragionevolmente sicuro, in cui le persone non subiscano l’incubo della paura, della paura del diverso e del forestiero. La sicurezza è alla base della libertà: le istituzioni hanno l’obbligo – che viene prima e va oltre l’emergenza di giorni drammatici come questi – di essere dure con il crimine e con le cause del crimine. Se immigrazione diventa sinonimo di criminalità è una sconfitta per tutti: per gli immigrati che vengono da noi per lavorare e con questo contribuire alla nostra forza economica e per noi italiani che dovremmo arrenderci alla incapacità di esercitare il controllo del territorio e ad imporre il rispetto della legge.
Dobbiamo ritrovare nell’unità di istituzioni più efficienti ed ordinate di quelle attuali, il coraggio di rischiare e di innovare, di ripensare tante cose a cui ci eravamo abituati e che ci sembravano acquisite per sempre. Dobbiamo farlo per consentire ai più giovani di vivere in un paese in cui si pensi al futuro da protagonisti in un mondo in cui vi sono molti nuovi protagonisti che appartengono a paesi che per fortuna loro e nostra non sono più paesi di povertà e miseria.
Qualcuno si chiederà se abbia ancora senso celebrare la giornata delle Forze Armate. Io sono convinto di sì. Certo, oggi i nostri soldati non devono difendere i confini dal vicino nemico: l’Europa unita ha rappresentato e rappresenta una straordinaria cesura con la storia millenaria di un continente diviso e continuamente attraversato da piccole e grandi guerre.
Ma vi è ormai una sempre più diffusa coscienza del fatto che la difesa e la promozione della democrazia e della libertà non siano compiti che si esauriscono entro i confini nazionali. Del fatto che non si dovrebbe assistere inerti a veri e propri genocidi, come quello del Darfur, in Sudan. Del fatto che sostenere il difficile cammino del Governo Afghano post – talebani o contribuire a mantenere la pace in Kosovo o in Libano è un impegno non solo di solidarietà nei confronti di quei popoli che hanno il nostro medesimo diritto ad una vita libera, ma sia anche un modo per rendere più sicuri i nostri stessi paesi dalle minacce esterne. Nelle democrazie e nei paesi liberi non origina e non si fomenta il terrorismo internazionale e non nascono progetti di aggressione militare.
Questi obiettivi si perseguono con gli strumenti della politica internazionale e della diplomazia. Ma in molti casi è necessario avere il coraggio e la capacità di mettere sul campo anche le forze armate. E’ quanto accade oggi per oltre 8.000 soldati italiani impegnati in missioni all’estero, in Afghanistan, in Libano, in Kosovo ed in altri paesi ancora. E’ un impegno che fa onore all’Italia e per il quale va il nostro ringraziamento a ciascuna delle persone in divisa schierate in queste operazioni internazionali. Il mio auspicio è che queste missioni vedano sempre più impegnate forze europee tra loro coordinate, fino alla possibilità di poter contare su una forza comune europea: abbiamo spesso “troppa Europa” dove non ce ne sarebbe bisogno, e non abbiamo l’Europa dove sarebbe utile e importante averla.
Nella giornata di oggi, dunque, dobbiamo saper unire la memoria del passato e la riflessione sul presente dell’Unità nazionale e della forze armate. Con un pensiero particolare ai giovani e ai giovanissimi, cui abbiamo il dovere di non consegnare un paese ripiegato su se stesso ed impaurito ma un paese vivo e proteso con determinazione al futuro, come quello che hanno consegnato a noi.
Vivano la libertà e la democrazia, viva l’Italia.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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